Amicizia, un racconto

Giugno 4, 2008

 

Come si costruisce una vera amicizia? Partendo dalle fondamenta. Scavando proprio là dove i nostri occhi all’inizio non scorgevano niente, dove non c’era niente.

Dopo tanta rabbia, risentimento, rancore, tutte parole brutte che iniziano per R, dopo le incomprensioni, la tristezza e la malinconia dell’abbandono, gli anni passano, il tempo fluisce, scivola veloce tra opportunità e delusioni per giungere infine là dove eravamo sempre stati diretti.

Non sono coincidenze, come mi è stato insegnato da un saggio amico: niente accade per caso, o forse è semplicemente più responsabile pensarlo. È la direzione che diamo alla nostra vita, l’impronta che lasceremo nel cuore degli altri, è quello per il quale saremo ricordati.

Era il lontano 2002 quando scrissi uno dei miei primi racconti sull’amicizia. Non un racconto vero e proprio, quanto più la fotografia di un attimo e di una possibilità, per usare le parole di un altro amico, scrittore in erba.
Tre giovani amiche a un bivio delle loro vite: quando sembra non esserci niente, quando si è circondati dal nulla… come cambiare la propria sorte? È possibile? E quanto coraggio richiede?

Who are you: a borrowed dream or a superstar…?*

- Mademoiselle, posso farvi un ritratto? –
Léa scosse la testa e si allontanò con passo veloce dall’uomo che l’aveva appena fermata. Le cuffie le avevano impedito di sentire le sue parole, ma la ragazza poteva immaginarle: il blocco di fogli in mano, il pezzo di carboncino che ormai aveva annerito anche le sue dita, l’aria trasognata tipica dell’artista di strada.
Passava pressoché ogni giorno per Place de Tartre. Indifferente alla moltitudine di turisti, sempre diversi, che le camminavano accanto, a quel loro strascicato francese, alla loro meraviglia di fronte ai dipinti degli artisti.
Era stanca di quella strada. Era stanca di quegli uomini e donne che si affannavano ogni giorno alla ricerca di una persona con un bel viso, o semplicemente di una che si lasciasse convincere che il suo lo fosse, per esprimere la loro arte e guadagnare qualche quattrino.
Era stanca della sua vita. Senza prospettive, senza scopo, senza un briciolo di autostima.
Ascoltava quella musica, quella voce che le domandava ogni volta che Léa ricapitava sulla stessa canzone: “Do you even know who you are? A borrowed dream or a superstar?
Do you even know who you are? A raising dream or a fallen star?”
E lei avrebbe voluto gridare a squarciagola, come faceva la cantante, il suo estremo disagio; tutte quelle speranze e quei sogni che gli altri tentavano a ogni occasione di rubarle; tutta la rabbia che provava per gli esseri umani, per quella indifferente società che l’aveva portata a odiarsi.

Una lacrima le scese furtiva lungo la guancia. Si era ripromessa che non avrebbe più pianto. Si era ripromessa che non avrebbe più sofferto. Non si sarebbe più sentita così sola: ora c’era lui, c’era la sua musica, c’erano i sogni che lui le aveva prestato.
Christine affrettò il passo. Non faceva molto freddo nonostante fosse ancora inverno e i giardini delle Tuileries non fossero mai stati più spogli e desolati. Eppure lei si sentiva gelare dentro. Lui non poteva essere lì ad abbracciarla, a dirle che tutto sarebbe andato bene. Lui non poteva e forse un giorno sarebbe persino tornato a riprendersi tutti quei sogni. Se solo fosse stato un po’ più reale.
Forse lei sarebbe riuscita nuovamente a credere negli altri; forse la sua vita sarebbe stata un po’ meno degli altri.
La sera prima aveva parlato con Morgane, del più e del meno, come sempre. Oh, come avrebbe voluto fidarsi di lei, ma non poteva. Morgane era troppo reale, lei avrebbe nuovamente potuto spezzarle il cuore.
Christine alzò il viso e lasciò che il leggero vento glielo asciugasse definitivamente, le donasse un po’ di sollievo, come se quel tocco fosse stata una sua carezza.
E mentre la sua mente riandava al suo ricordo le parole di una canzone che aveva ascoltato pochi minuti prima di uscire di casa le si formarono sulle labbra: “Is life good to you or is it bad? I can’t tell anymore…”

“I’m looking for a way to become the person that I dreamt of when I was sixteen…”
Morgane prese tra le mani la tazza di cioccolato caldo, se la portò alle labbra e la sorseggiò lentamente, sperando che il suo calore potesse in un qualche modo scaldare anche lei.
Da quella notte, quando aveva fatto quel sogno, non riusciva più a pensare a niente. Le era sembrato così vero: il suo sorriso, le sue parole.
La mattina dopo si era svegliata quasi aspettandosi di vederlo comparire dalla porta della stanza, il suo profumo così pungente e penetrante.
Ma nulla era cambiato, cosa si aspettava? Un miracolo? No, non poteva più aspettare niente, doveva mettersi all’opera, dovevano farlo tutte e tre perché le loro vite non fossero vane.
Morgane appoggiò la tazza sul tavolino e mescolò svogliatamente lo zucchero, intorno a lei persone che apparivano felici e soddisfatte. Di sicuro non era così, riflettè, ma come lei non poteva scorgere il loro disagio, gli altri non potevano e forse non avrebbero mai potuto scorgere il suo.
Finì la cioccolata e si alzò indossando la giacca. Per fortuna quell’inverno non sembrava così freddo. Pagò alla cassa e uscì dal café. Un venticello lieve l’accolse all’esterno. Era una bella giornata, la giornata ideale per parlare a Léa del suo progetto, del suo sogno.
E poi sarebbe toccato anche il momento di rivelarlo a Christine.
L’avrebbero considerata una pazza o avrebbero deciso di rischiare anche loro?
Le ultime note di una canzone all’interno del café risuonarono nell’aria mentre Morgane si incamminava alla volta di MontMartre…
“I’m a lonely girl, I’ll tell a tale for you… Cuz I’m just tryin’ to make all my dreams come true…”

——
* I versi appartengono alla canzone Lonely girl di Pink

Crediti: photo by Shiningarden


Mia madre è un’eroina

Gennaio 17, 2008

Viviamo sul filo del rasoio ogni giorno. Di corsa verso il solito treno ritardatario, l’auto avvolta da un abbraccio ghiacciato dopo una notte passata all’addiaccio e le lancette dell’orologio ci urlano di correre più veloce, di grattare il ghiaccio con maggior vigore. Il treno non ci aspetta, 3 minuti di ritardo significano 15 minuti da recuperare.

Io e mia madre questa mattina. Io che guardo l’auto di mia madre arrancare assonnata e infreddolita lungo la strada. La vedo scomparire dietro la curva e penso: “Mia madre è un’eroina”.

Mia madre è un’eroina. È un esempio che non seguirò, ma è da sempre un meraviglioso esempio. Imperfetta, fallibile, vulnerabile, caparbia è un inno alla generosità e alla perseveranza. Mia madre è un’eroina postmoderna.

L’ho vista piangere quando avevo 7 anni, l’ho vista ridere ieri sera, l’ho amata e odiata come solo i figli sanno fare. Più si sentiva inadeguata più io la consideravo bella, più esprimeva dubbi e paure più acquisiva forza e coraggio ai miei occhi.

È sempre di corsa, non si ferma mai, un bacio e via, ci vediamo questa sera. Io arriverò prima di lei, lei irromperà in cucina carica di borse e sacchetti e la casa si animerà del suo spirito appassionato.

Mia madre è un’eroina. È stata licenziata quando aveva 40 anni, si è rimboccata le maniche e non si è data per vinta.
L’ho vista piangere, l’ho già detto, vero? In quel periodo la vidi spesso piangere, ero piccola e non capivo cosa fosse successo di così brutto. Ora capisco.

Le delusioni, le prese in giro, gli inganni, le ingiustizie.
Mia madre è un’eroina e io l’ammiro per tutte le lacrime che ha saputo versare impedendo al suo cuore di indurirsi.

“Sei vecchia”, le ripetono. “Non sei veloce”, “Non te la prendere, non è una questione personale”. No, certo che non lo è. Figuriamoci. In ogni azienda comandano la produttività, il denaro, i clienti. Chi lavora è un ingranaggio sostituibile: oggi tu, domani un altro… che differenza fa? Basta che sia produttivo, che costi poco e dia molto, moltissimo, più di quello che prenderà mai in cambio.

Guardo mia madre che invecchia, i riflessi appesantiti dal giudizio altrui, e la vedo sempre più giovane e agile, come l’affascinante adolescente che mi sorride da una vecchia fotografia.

È sempre lei, la ragazza che credeva nei colpi di fulmine e si sposò il suo. La donna che seppe risollevare la cattiva sorte e si diede una seconda possibilità. E la diede a tutta la sua famiglia.

Mia madre è un’eroina perché, neppure trentenne, la mia generazione è già stanca della vita, logorata da lavori precari e da stipendi che condannano alla semidipendenza e all’insicurezza economica. Quale futuro per noi? Una famiglia? Una casa tutta nostra? Una vita indipendente? Qualche sogno?

Questa mattina guardavo l’auto ricoperta di ghiaccio che stentava a risvegliarsi e ho pensato: “Mia madre è un’eroina. Con il ghiaccio o la neve, con il dolore o l’amarezza nel cuore lei va sempre avanti, non si ferma mai.”

E io non posso che esserne orgogliosa. Orgogliosa di essere sua figlia.

Welcome to my truth
I still love


Leggenda Sufi

Dicembre 22, 2007

Le due facce di una situazione

Uno dei migliori se ne va e uno dei peggiori, l’unico, rimane.
Ne parlavo ieri sera con un’amica e la sua replica è stata: “Purtroppo è così che succede.”
Ho pensato alle sue parole e ci sto ancora pensando, ma non mi soddisfano. Ci sono tanti motivi che potrebbero spiegare il perché di certe situazioni, ma io preferisco affidarmi al messaggio di una vecchia leggenda sufi che mi ha aiutato ad ampliare le mia ristretta visione sulle cose del mondo.

Il punto è che non possiamo sapere se un certo accadimento è positivo o negativo per il nostro futuro finché le sue conseguenze non si rivelano. Così forse, è più saggio accettare quanto di bello una situazione che è finita ci ha donato o l’accidentalità degli imprevisti e delle difficoltà e prepararci alla prossima rivelazione del tempo.
Nel mentre la consapevolezza che ogni fine lascia spazio a un nuovo inizio può conferirci la forza per affrontare la transitorietà sia della gioia sia della tristezza. Tutto è destinato a passare e in noi rimane solo quello che decidiamo di custodire. E da questo spesso dipenderà la qualità della nostra vita.

Racconta una leggenda sufi…

Molti anni fa, in un povero villaggio cinese, viveva un agricoltore con suo figlio. Suo unico bene materiale, a parte la terra e la piccola casa di paglia, era un cavallo che aveva ereditato da suo padre.
Un giorno, il cavallo scappò lasciando l’uomo senza animali che potessero lavorare la terra. I suoi vicini – che lo rispettavano molto per la sua onestà e diligenza – accorsero a casa sua per dirgli che erano dispiaciuti per quanto era successo. Lui li ringraziò per la visita, ma domandò:
- Come fate a sapere se ciò che mi è successo è una disgrazia per me?
Qualcuno commentò a bassa voce con l’amico: “Non vuole accettare la realtà, lasciamo che pensi quel che vuole, così non si affliggerà per l’avvenuto.”
Ed i vicini andarono via, fingendo d’essere d’accordo con ciò che avevano sentito.
Una settimana dopo, il cavallo ritornò alla stalla, ma non era solo: era accompagnato da una bella giumenta. Al sapere questo, gli abitanti del villaggio – contenti, perché solo ora avevano capito la risposta che l’uomo aveva dato loro – tornarono a casa dell’agricoltore, congratulandosi per la buona sorte.
- Prima avevi solo un cavallo, ed ora ne hai due. Auguri! – dissero.
- Grazie mille per la visita e per la vostra solidarietà – rispose l’agricoltore. – Ma come fate a sapere che l’accaduto è una benedizione per me?
Sconcertati, e pensando che l’uomo stesse impazzendo, i vicini se ne andarono, commentando per strada “possibile che quest’uomo non capisca che Dio gli ha inviato un dono?”
Passato un mese, il figlio dell’agricoltore, decise di addomesticare la giumenta. Ma l’animale saltò in modo imprevisto, ed il ragazzo, cadendo in malo modo, si ruppe una gamba.
I vicini tornarono a casa dell’agricoltore, portando doni per il giovane ferito. Il sindaco del villaggio, solennemente, presentò le condoglianze al padre, dicendo che tutti erano molto dispiaciuti per l’accaduto.
L’uomo ringraziò per la visita e l’affetto di tutti. Ma domandò: – Come potete sapere se l’accaduto è una disgrazia per me?
Questa frase lasciò tutti stupefatti, perché nessuno potrebbe avere il minimo dubbio di come un incidente ad un figlio possa essere una tragedia. Uscirono della casa dell’agricoltore, commentando fra sé: “È davvero impazzito; il suo unico figlio può rimanere zoppo per sempre ed ha ancora dubbi che l’accaduto possa davvero essere una disgrazia.”
Trascorsero alcuni mesi ed il Giappone dichiarò guerra alla Cina. Gli emissari dell’imperatore attraversarono tutto il paese alla ricerca di giovani in buona salute da inviare al fronte in battaglia. Arrivarono al villaggio e reclutarono tutti i giovani, eccetto il figlio dell’agricoltore che aveva la gamba rotta.
Nessuno dei ragazzi ritornò vivo. Il figlio guarì, i due animali fecero puledri che furono venduti dando una buona resa in denaro. L’agricoltore passò a visitare i suoi vicini per consolarli ed aiutarli, poiché si erano mostrati solidali con lui in ogni situazione. Ogni volta che qualcuno di loro si lamentava, l’agricoltore diceva: “Come sai se questa è una disgrazia?”. Se qualcuno si rallegrava troppo, gli domandava: “Come sai se questa è una benedizione?” E gli uomini di quel villaggio capirono che, oltre alle apparenze, la vita ha altri significati.

(tratto da www.warriorofthelight.com)