Leggenda Sufi

Dicembre 22, 2007

Le due facce di una situazione

Uno dei migliori se ne va e uno dei peggiori, l’unico, rimane.
Ne parlavo ieri sera con un’amica e la sua replica è stata: “Purtroppo è così che succede.”
Ho pensato alle sue parole e ci sto ancora pensando, ma non mi soddisfano. Ci sono tanti motivi che potrebbero spiegare il perché di certe situazioni, ma io preferisco affidarmi al messaggio di una vecchia leggenda sufi che mi ha aiutato ad ampliare le mia ristretta visione sulle cose del mondo.

Il punto è che non possiamo sapere se un certo accadimento è positivo o negativo per il nostro futuro finché le sue conseguenze non si rivelano. Così forse, è più saggio accettare quanto di bello una situazione che è finita ci ha donato o l’accidentalità degli imprevisti e delle difficoltà e prepararci alla prossima rivelazione del tempo.
Nel mentre la consapevolezza che ogni fine lascia spazio a un nuovo inizio può conferirci la forza per affrontare la transitorietà sia della gioia sia della tristezza. Tutto è destinato a passare e in noi rimane solo quello che decidiamo di custodire. E da questo spesso dipenderà la qualità della nostra vita.

Racconta una leggenda sufi…

Molti anni fa, in un povero villaggio cinese, viveva un agricoltore con suo figlio. Suo unico bene materiale, a parte la terra e la piccola casa di paglia, era un cavallo che aveva ereditato da suo padre.
Un giorno, il cavallo scappò lasciando l’uomo senza animali che potessero lavorare la terra. I suoi vicini – che lo rispettavano molto per la sua onestà e diligenza – accorsero a casa sua per dirgli che erano dispiaciuti per quanto era successo. Lui li ringraziò per la visita, ma domandò:
- Come fate a sapere se ciò che mi è successo è una disgrazia per me?
Qualcuno commentò a bassa voce con l’amico: “Non vuole accettare la realtà, lasciamo che pensi quel che vuole, così non si affliggerà per l’avvenuto.”
Ed i vicini andarono via, fingendo d’essere d’accordo con ciò che avevano sentito.
Una settimana dopo, il cavallo ritornò alla stalla, ma non era solo: era accompagnato da una bella giumenta. Al sapere questo, gli abitanti del villaggio – contenti, perché solo ora avevano capito la risposta che l’uomo aveva dato loro – tornarono a casa dell’agricoltore, congratulandosi per la buona sorte.
- Prima avevi solo un cavallo, ed ora ne hai due. Auguri! – dissero.
- Grazie mille per la visita e per la vostra solidarietà – rispose l’agricoltore. – Ma come fate a sapere che l’accaduto è una benedizione per me?
Sconcertati, e pensando che l’uomo stesse impazzendo, i vicini se ne andarono, commentando per strada “possibile che quest’uomo non capisca che Dio gli ha inviato un dono?”
Passato un mese, il figlio dell’agricoltore, decise di addomesticare la giumenta. Ma l’animale saltò in modo imprevisto, ed il ragazzo, cadendo in malo modo, si ruppe una gamba.
I vicini tornarono a casa dell’agricoltore, portando doni per il giovane ferito. Il sindaco del villaggio, solennemente, presentò le condoglianze al padre, dicendo che tutti erano molto dispiaciuti per l’accaduto.
L’uomo ringraziò per la visita e l’affetto di tutti. Ma domandò: – Come potete sapere se l’accaduto è una disgrazia per me?
Questa frase lasciò tutti stupefatti, perché nessuno potrebbe avere il minimo dubbio di come un incidente ad un figlio possa essere una tragedia. Uscirono della casa dell’agricoltore, commentando fra sé: “È davvero impazzito; il suo unico figlio può rimanere zoppo per sempre ed ha ancora dubbi che l’accaduto possa davvero essere una disgrazia.”
Trascorsero alcuni mesi ed il Giappone dichiarò guerra alla Cina. Gli emissari dell’imperatore attraversarono tutto il paese alla ricerca di giovani in buona salute da inviare al fronte in battaglia. Arrivarono al villaggio e reclutarono tutti i giovani, eccetto il figlio dell’agricoltore che aveva la gamba rotta.
Nessuno dei ragazzi ritornò vivo. Il figlio guarì, i due animali fecero puledri che furono venduti dando una buona resa in denaro. L’agricoltore passò a visitare i suoi vicini per consolarli ed aiutarli, poiché si erano mostrati solidali con lui in ogni situazione. Ogni volta che qualcuno di loro si lamentava, l’agricoltore diceva: “Come sai se questa è una disgrazia?”. Se qualcuno si rallegrava troppo, gli domandava: “Come sai se questa è una benedizione?” E gli uomini di quel villaggio capirono che, oltre alle apparenze, la vita ha altri significati.

(tratto da www.warriorofthelight.com)


Una sfida

Dicembre 16, 2007

… You have to find your own schtick, scrive Hugh Macleod, in arte Gapingvoid, nel suo articolo How to be creative. 31 punti da leggere con il sorriso sulle labbra per riscoprire il desiderio di mettersi all’opera e creare qualcosa di nuovo e assolutamente originale.

Il punto che descrivo qui è anche la sfida che a più riprese e da più parti mi è stato chiesto di accettare.

Nella parole di Macleod: “A Picasso always looks like Picasso painted it. Hemingway always sounds like Hemingway. A Beethoven Symphony always sounds like a Beethoven’s Syynphony. Part of being a Master is learning how to sing in nobody else’s voice but your own.”

Come si fa a scoprire la propria voce? E come si fa ad accettarne il suono? Non credo esista una regola generale se non quella di provare, provare e ancora provare. Proprio come fa un cantante con la sua voce. O un musicista con la musica, un pittore con i colori, uno scrittore con le parole.

Bisogna provare anche con i pensieri, soprattutto con quelli. Liberarsi dalla routine, dalla paura di esprimersi e osare nuovi pensieri, nuove traiettorie.

“Put your whole self into it, and you will find your true voice. Hold back and you won’t. It’s that simple.”

Semplice e impegnativo al contempo… non male come sfida!