Pensieri 20/07 – Distruzione

Luglio 20, 2009

Mi sono spesso chiesta perché alcune persone amino distruggere invece di costruire. Quando ne incontro una me la immagino come la regina in Alice nel paese delle meraviglie: incattivita e irrazionale urla isterica “Tagliatele la testa!”

Tante teste sono cadute e cadranno per mano di queste persone che si annidano un po’ dovunque: in famiglia, tra i conoscenti, al lavoro. È impossibile non notarli, soprattutto quando diventi il loro bersaglio e l’incarnazione di ciò che più desiderano distruggere.

Per caso mi è capitato tra le mani il seguente brano di Erich Fromm tratto dal libro Anatomia della distruttività umana. Certe volte per trovare delle risposte basta aprire un libro a caso:

Il carattere necrofilo si manifesta anche nella convinzione che la forza e la violenza siano l’unica soluzione di un problema o di un conflitto. […] quel che caratterizza il necrofilo è che per lui, la forza – o, come si espresse Simone Weil, il potere di trasformare un uomo in cadavere – è la prima e ultima soluzione a tutto.
Fondamentalmente, la risposta di queste persone al problema di vivere è la distruzione, e mai lo sforzo di capire, la costruzione, o l’esempio.

Mi piace l’espressione “il potere di trasformare un uomo in cadavere”, trovo che descriva perfettamente lo sguardo che si fissa sul volto di una persona che subisce le azioni distruttive di un altro individuo.

Lo sguardo vaga, cerca un punto di riferimento che è stato spazzato via e se è fortunato presto si riscuoterà dal torpore e si domanderà: che ci faccio ancora qui?

 

Regina di cuori - Alice nel paese delle meraviglie

 

Riferimenti:
Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, Ed. Oscar Mondadori, 2004. Traduzione Silvia Stefani


Interpretazioni

Maggio 31, 2008

Qualche mese fa mi ero avventurata nel controverso terreno del senso che diamo alle esperienze vissute e alle persone incontrate: opportunità o imposizioni del caso?
Di certo non esiste una risposta assoluta e le mie conclusioni a dicembre erano state in parte pessimiste e rassegnate di fronte a una realtà che pareva sceglierci e non essere scelta.

Dicembre, gennaio. Nuove esperienze, nuove riflessioni. Febbraio, marzo. Nuove persone, ulteriori riflessioni. Aprile, maggio. Nuove conclusioni.

È innegabile che l’interpretazione che diamo del nostro vissuto influisca sull’idea di un nostro ipotetico futuro. Quello che viviamo e abbiamo vissuto, nella nostra mente sarà anche quello che con ogni probabilità finiremo per rivivere. Permane la speranza, ma è flebile e per dare un senso alle brutte esperienze e agli spiacevoli incontri si ricorre a ogni stratagemma: l’essenziale è non arrendersi all’eventualità che tali esperienze e incontri possano anche dipendere da noi.
Non parlo di traumi o tragedie, ma di tutte le piccole o grandi delusioni in cui incappiamo quotidianamente e dalle quali sembriamo incapaci di liberarci.

Certe esperienze o l’incontro con determinate persone ci capita e basta? Non siamo forse anche noi gli artefici di quella nuova realtà che chiede di essere vissuta? La mia prima risposta era stata: noi siamo vittime e forse non c’è una soluzione, se non quella di evitarsi il dolore delle aspettative. Era l’interpretazione che davo al mio presente, un circolo vizioso di pessimismo e rassegnazione. Era il relativo che indossava i panni dell’assoluto ingannando mente ed evidenza.

Quante volte ci capita? Quante volte diamo a un’interpretazione il dominio assoluto dei nostri pensieri e azioni? Le persone ci sono antipatiche o simpatiche in modo superficiale, etichettiamo le esperienze a seconda dello stato d’animo e dei risultati immediati. Siamo convinti che il passato sia una porta chiusa per tutto ciò che di bello potrebbe ripresentarsi, mentre si trasforma in un portone spalancato per delusioni e fallimenti?

Opportunità o imposizione non era la domanda giusta, ma era l’unica che derivasse dall’inconscio evolversi dei pensieri e della mia interpretazione dei fatti. Un’interpretazione del tutto relativa, precaria e fugace.

Per le piccole cose, quelle banali e quotidiane, come per le grandi e apparentemente inafferrabili non è tanto quello che viviamo ma il modo in cui decidiamo di viverlo a contare. È il nostro modo d’essere a determinare la qualità del nostro vissuto.

Come scrive Milana Runjic nella sua rubrica su Internazionale: “In questo periodo litigo spesso con le amiche. Vuol dire che sono litigiosa? Sì: quello che succede nel mondo esterno è una conseguenza di quello che siamo dentro.”

È necessario puntualizzare che anche questa è un’interpretazione e che è relativa?! I nostri pensieri dipendono dal modo in cui decidiamo di vivere, dal modo in cui siamo, e ogni nostra conclusione assoluta deriverà da questa trascurata sorgente.

Il modo in cui ci poniamo nei confronti degli altri, i sentimenti che proviamo al loro cospetto, le reazioni che ogni situazione suscita in noi: tutto parte da quella sorgente. Vale per noi e per chi ci circonda. Non siamo alieni, come direbbe Fromm, siamo solo alienati da noi stessi. E per questo abbiamo paura degli altri, paura dei fallimenti, dei rifiuti e anche dei successi.

Paura di essere fraintesi, di non essere compresi, apprezzati, amati, aiutati nei momenti peggiori. E saperlo, purtroppo, non basta, ma rifletterci sopra ha effetti sorprendenti.

La citazione di oggi:

Mi è capitato spesso di incontrare degli sciocchi. Mi sorge il dubbio di avere qualcosa che non va: qualcosa di stupido e oscuro che mi fa impelagare in situazioni stupide e oscure. Se cambiassi il mio caratteraccio, forse migliorerebbero anche i miei rapporti con gli altri. Ma siamo sicuri che le persone che incontro siano peggio di me? È solo apparenza: io sono decisamente la peggiore.Milana Runjic

E la canzone:

 

PS/ Le citazioni sono tratte dall’articolo “Intelligenti” di Milana Runjic. Leggetelo, vi assicuro che ne vale la pena! ;)

 

Credits:
~ photo by Shiningarden


Mia madre è un’eroina

Gennaio 17, 2008

Viviamo sul filo del rasoio ogni giorno. Di corsa verso il solito treno ritardatario, l’auto avvolta da un abbraccio ghiacciato dopo una notte passata all’addiaccio e le lancette dell’orologio ci urlano di correre più veloce, di grattare il ghiaccio con maggior vigore. Il treno non ci aspetta, 3 minuti di ritardo significano 15 minuti da recuperare.

Io e mia madre questa mattina. Io che guardo l’auto di mia madre arrancare assonnata e infreddolita lungo la strada. La vedo scomparire dietro la curva e penso: “Mia madre è un’eroina”.

Mia madre è un’eroina. È un esempio che non seguirò, ma è da sempre un meraviglioso esempio. Imperfetta, fallibile, vulnerabile, caparbia è un inno alla generosità e alla perseveranza. Mia madre è un’eroina postmoderna.

L’ho vista piangere quando avevo 7 anni, l’ho vista ridere ieri sera, l’ho amata e odiata come solo i figli sanno fare. Più si sentiva inadeguata più io la consideravo bella, più esprimeva dubbi e paure più acquisiva forza e coraggio ai miei occhi.

È sempre di corsa, non si ferma mai, un bacio e via, ci vediamo questa sera. Io arriverò prima di lei, lei irromperà in cucina carica di borse e sacchetti e la casa si animerà del suo spirito appassionato.

Mia madre è un’eroina. È stata licenziata quando aveva 40 anni, si è rimboccata le maniche e non si è data per vinta.
L’ho vista piangere, l’ho già detto, vero? In quel periodo la vidi spesso piangere, ero piccola e non capivo cosa fosse successo di così brutto. Ora capisco.

Le delusioni, le prese in giro, gli inganni, le ingiustizie.
Mia madre è un’eroina e io l’ammiro per tutte le lacrime che ha saputo versare impedendo al suo cuore di indurirsi.

“Sei vecchia”, le ripetono. “Non sei veloce”, “Non te la prendere, non è una questione personale”. No, certo che non lo è. Figuriamoci. In ogni azienda comandano la produttività, il denaro, i clienti. Chi lavora è un ingranaggio sostituibile: oggi tu, domani un altro… che differenza fa? Basta che sia produttivo, che costi poco e dia molto, moltissimo, più di quello che prenderà mai in cambio.

Guardo mia madre che invecchia, i riflessi appesantiti dal giudizio altrui, e la vedo sempre più giovane e agile, come l’affascinante adolescente che mi sorride da una vecchia fotografia.

È sempre lei, la ragazza che credeva nei colpi di fulmine e si sposò il suo. La donna che seppe risollevare la cattiva sorte e si diede una seconda possibilità. E la diede a tutta la sua famiglia.

Mia madre è un’eroina perché, neppure trentenne, la mia generazione è già stanca della vita, logorata da lavori precari e da stipendi che condannano alla semidipendenza e all’insicurezza economica. Quale futuro per noi? Una famiglia? Una casa tutta nostra? Una vita indipendente? Qualche sogno?

Questa mattina guardavo l’auto ricoperta di ghiaccio che stentava a risvegliarsi e ho pensato: “Mia madre è un’eroina. Con il ghiaccio o la neve, con il dolore o l’amarezza nel cuore lei va sempre avanti, non si ferma mai.”

E io non posso che esserne orgogliosa. Orgogliosa di essere sua figlia.

Welcome to my truth
I still love