Mi sono spesso chiesta perché alcune persone amino distruggere invece di costruire. Quando ne incontro una me la immagino come la regina in Alice nel paese delle meraviglie: incattivita e irrazionale urla isterica “Tagliatele la testa!”
Tante teste sono cadute e cadranno per mano di queste persone che si annidano un po’ dovunque: in famiglia, tra i conoscenti, al lavoro. È impossibile non notarli, soprattutto quando diventi il loro bersaglio e l’incarnazione di ciò che più desiderano distruggere.
Per caso mi è capitato tra le mani il seguente brano di Erich Fromm tratto dal libro Anatomia della distruttività umana. Certe volte per trovare delle risposte basta aprire un libro a caso:
Il carattere necrofilo si manifesta anche nella convinzione che la forza e la violenza siano l’unica soluzione di un problema o di un conflitto. […] quel che caratterizza il necrofilo è che per lui, la forza – o, come si espresse Simone Weil, il potere di trasformare un uomo in cadavere – è la prima e ultima soluzione a tutto.
Fondamentalmente, la risposta di queste persone al problema di vivere è la distruzione, e mai lo sforzo di capire, la costruzione, o l’esempio.
Mi piace l’espressione “il potere di trasformare un uomo in cadavere”, trovo che descriva perfettamente lo sguardo che si fissa sul volto di una persona che subisce le azioni distruttive di un altro individuo.
Lo sguardo vaga, cerca un punto di riferimento che è stato spazzato via e se è fortunato presto si riscuoterà dal torpore e si domanderà: che ci faccio ancora qui?
Riferimenti:
Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, Ed. Oscar Mondadori, 2004. Traduzione Silvia Stefani
Qualche mese fa mi ero avventurata nel controverso terreno del senso che diamo alle esperienze vissute e alle persone incontrate: opportunità o imposizioni del caso?
Di certo non esiste una risposta assoluta e le mie conclusioni a dicembre erano state in parte pessimiste e rassegnate di fronte a una realtà che pareva sceglierci e non essere scelta.
Dicembre, gennaio. Nuove esperienze, nuove riflessioni. Febbraio, marzo. Nuove persone, ulteriori riflessioni. Aprile, maggio. Nuove conclusioni.
È innegabile che l’interpretazione che diamo del nostro vissuto influisca sull’idea di un nostro ipotetico futuro. Quello che viviamo e abbiamo vissuto, nella nostra mente sarà anche quello che con ogni probabilità finiremo per rivivere. Permane la speranza, ma è flebile e per dare un senso alle brutte esperienze e agli spiacevoli incontri si ricorre a ogni stratagemma: l’essenziale è non arrendersi all’eventualità che tali esperienze e incontri possano anche dipendere da noi.
Non parlo di traumi o tragedie, ma di tutte le piccole o grandi delusioni in cui incappiamo quotidianamente e dalle quali sembriamo incapaci di liberarci.
Certe esperienze o l’incontro con determinate persone ci capita e basta? Non siamo forse anche noi gli artefici di quella nuova realtà che chiede di essere vissuta? La mia prima risposta era stata: noi siamo vittime e forse non c’è una soluzione, se non quella di evitarsi il dolore delle aspettative. Era l’interpretazione che davo al mio presente, un circolo vizioso di pessimismo e rassegnazione. Era il relativo che indossava i panni dell’assoluto ingannando mente ed evidenza.
Quante volte ci capita? Quante volte diamo a un’interpretazione il dominio assoluto dei nostri pensieri e azioni? Le persone ci sono antipatiche o simpatiche in modo superficiale, etichettiamo le esperienze a seconda dello stato d’animo e dei risultati immediati. Siamo convinti che il passato sia una porta chiusa per tutto ciò che di bello potrebbe ripresentarsi, mentre si trasforma in un portone spalancato per delusioni e fallimenti?
Opportunità o imposizione non era la domanda giusta, ma era l’unica che derivasse dall’inconscio evolversi dei pensieri e della mia interpretazione dei fatti. Un’interpretazione del tutto relativa, precaria e fugace.
Per le piccole cose, quelle banali e quotidiane, come per le grandi e apparentemente inafferrabili non è tanto quello che viviamo ma il modo in cui decidiamo di viverlo a contare. È il nostro modo d’essere a determinare la qualità del nostro vissuto.
Come scrive Milana Runjic nella sua rubrica su Internazionale: “In questo periodo litigo spesso con le amiche. Vuol dire che sono litigiosa? Sì: quello che succede nel mondo esterno è una conseguenza di quello che siamo dentro.”
È necessario puntualizzare che anche questa è un’interpretazione e che è relativa?! I nostri pensieri dipendono dal modo in cui decidiamo di vivere, dal modo in cui siamo, e ogni nostra conclusione assoluta deriverà da questa trascurata sorgente.
Il modo in cui ci poniamo nei confronti degli altri, i sentimenti che proviamo al loro cospetto, le reazioni che ogni situazione suscita in noi: tutto parte da quella sorgente. Vale per noi e per chi ci circonda. Non siamo alieni, come direbbe Fromm, siamo solo alienati da noi stessi. E per questo abbiamo paura degli altri, paura dei fallimenti, dei rifiuti e anche dei successi.
Paura di essere fraintesi, di non essere compresi, apprezzati, amati, aiutati nei momenti peggiori. E saperlo, purtroppo, non basta, ma rifletterci sopra ha effetti sorprendenti.
La citazione di oggi:
Mi è capitato spesso di incontrare degli sciocchi. Mi sorge il dubbio di avere qualcosa che non va: qualcosa di stupido e oscuro che mi fa impelagare in situazioni stupide e oscure. Se cambiassi il mio caratteraccio, forse migliorerebbero anche i miei rapporti con gli altri. Ma siamo sicuri che le persone che incontro siano peggio di me? È solo apparenza: io sono decisamente la peggiore. – Milana Runjic