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	<title>Gli ultimi idealrealisti &#187; nuove prospettive</title>
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		<title>Solitudine vs socialità</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2009 14:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>shiningardenracconta</dc:creator>
				<category><![CDATA[parole & pensieri]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare lo stato di chi sta o vive solo, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.
Loneliness ha una connotazione negativa e indica un senso di isolamento. Si prova quando sentiamo che qualcosa – o qualcuno &#8211; manca nella nostra vita. Lo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=shiningardenracconta.wordpress.com&blog=2109304&post=714&subd=shiningardenracconta&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare l<em>o stato di chi sta o vive solo</em>, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.</p>
<p><em>Loneliness </em>ha una connotazione negativa e indica un senso di <em>isolamento</em>. Si prova quando sentiamo che qualcosa – o qualcuno &#8211; <strong>manca nella nostra vita</strong>. Lo possiamo provare anche quando siamo in compagnia di altre persone, infatti non richiede una <em>reale </em>solitudine fisica.</p>
<p><em>Solitude</em>, al contrario, indica lo <strong>stare da soli senza sentirsi soli</strong>. Ha un significato positivo e costruttivo che denota un impegno con se stessi. La solitudine è desiderabile ed è uno stato in cui ci si sente bene, <em>in buona compagnia con se stessi</em>.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 250px"><a href="http://www.flickr.com/photos/shiningarden-photos"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3629/3427380368_c211804962_m.jpg" alt="Photo by Marta Favro - Shiningarden" width="240" height="154" /></a><p class="wp-caption-text">Photo by Marta Favro</p></div>
<p>Purtroppo in italiano questa sfumatura si perde e spesso il termine solitudine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa.<br />
Alcuni pensano che nessuno potrebbe coscientemente sceglierla: <em>essere soli</em> si trasforma quindi in una maledizione, una condizione da <em>poveri sfigati</em>.<br />
Al liceo sono soli quelli che non fanno parte dei gruppi “in”, i cosiddetti <em>nerd </em>(anche qui la lingua inglese è più eloquente) che spesso sono le vittime preferite del bullismo o, nella migliore delle ipotesi, dell’indifferenza altrui.<br />
Nell’età adulta, invece, la solitudine viene spesso associata agli anziani rimasti senza famiglia o “abbandonati” dai figli.</p>
<p><span id="more-714"></span><br />
Se pensiamo a queste situazioni tipiche io stessa mi chiedo: chi potrebbe coscientemente scegliere la solitudine?! La risposta però sarebbe troppo scontata così come non è scontata la solitudine in un mondo interconnesso come quello di oggi.</p>
<p>Anche il più <em>nerd </em>degli studenti liceali può oggi considerarsi solo? Ci sono i social network, i blog, le chat, i forum… basta accendere il computer e il mondo là fuori si catapulta nella nostra stanza. È naturale che Internet diventi la nostra isola felice: pazienza se siamo finiti in una scuola di ignoranti, pazienza se non troviamo amici intorno a noi, Internet ce ne porta a frotte con un semplice clic. Questa la realtà che viviamo oggi: <strong>siamo sempre collegati, sempre connessi con qualcuno, sempre visibili</strong>. Ci trovate su Facebook, Twitter, Friendfeed e discutiamo con tutti di qualunque cosa.</p>
<p>In un mondo così interconnesso è ancora possibile “sentirsi soli”? È possibile apprezzare la solitudine? È socialmente accettabile preferire la solitudine alla compagnia degli altri in un mondo in cui la prima è diventata “evitabile”?</p>
<p>Il <strong>bisogno di solitudine</strong> viene spesso stigmatizzato nonostante la psicologia ci spieghi come la solitudine sia una <strong>caratteristica fondamentale e imprescindibile per il benessere</strong> dell’individuo.<br />
È davvero salutare vivere esclusivamente in rapporto agli altri?<br />
William Deresiewicz, professore di inglese a Yale, afferma: “La tecnologia ci sta portando via non solo l’intimità e la concentrazione, ma anche la capacità di stare soli.”<br />
Nel suo articolo <em><a href="http://chronicle.com/free/v55/i21/21b00601.htm" target="_blank">The end of Solitude</a></em> (in italiano <em>Addio solitudine</em> pubblicato sulla rivista <em>Internazionale</em>), Deresiewicz discute sul ruolo che la solitudine ha ricoperto nella storia e spiega come ancora oggi sia un elemento importante per lo sviluppo personale.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 250px"><a href="http://www.flickr.com/photos/shiningarden-photos"><img src="http://www.shiningarden.com/img/photo_feet_m.jpg" alt="Photo by Marta Favro - Shiningarden" width="240" height="143" /></a><p class="wp-caption-text">Photo by Marta Favro</p></div>
<p>Solitudine non significa isolamento e perdita di contatto con la realtà che ci circonda, al contrario è un <strong>saper entrare in comunione con la parte più profonda di noi stessi</strong> per relazionarci in modo più sano con gli altri. Non saper affrontare la solitudine può trasformarsi in un incubo per chi sente il bisogno imperante di “stare con qualcuno”, che si tratti degli amici o di una persona d’amare.</p>
<p>Come si riscopre il piacere della solitudine? Staccando la spina per un po’, accantonando l’ansia di “perdersi gli ultimi aggiornamenti” e riconoscendo che anche noi stessi abbiamo bisogno di un’attenzione speciale.</p>
<p>Come reagiranno gli altri? Perderemo i nostri amici se sentiamo il bisogno di starcene per conto nostro? Ci considereranno degli asociali? È evidente: sì, capiterà. Per chi pensa che la solitudine sia qualcosa da disprezzare diventeremo un fenomeno da baraccone, qualcuno con qualche strana malattia! Scrive Deresiewicz: “La solitudine non è un’esperienza facile, e non è per tutti.”<br />
Possiamo anche vivere escludendola dalla nostra vita per molto tempo, ma quando reclamerà a gran voce il suo spazio difficilmente riusciremo a far finta di niente.<br />
Il prezzo della solitudine, afferma Deresiewicz, può essere quello dell’<strong>impopolarità</strong>. “La solitudine non è molto cortese. Thoureau* sapeva che i nostri amici potranno trovare sgradevole il nostro atteggiamento solitario. Per non parlare dell’offesa implicita nell’evitare la loro compagnia.”</p>
<p>È indispensabile a questo punto chiedersi: quali amici ci abbandonerebbero? Esiste un tipo di amicizia capace di sopravvivere alla solitudine? Discuterne esulerebbe troppo dall’argomento di questo post, quindi lascio a voi la risposta a queste domande. <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </p>
<p><strong>Cosa ne pensate?</strong> Può il desiderio di solitudine conciliarsi con l’amicizia? E con la socialità?<br />
Come considerate la solitudine? Ne sentite il bisogno o preferite evitarla?</p>
<p style="text-align:left;"> </p>
<p><strong>Per approfondire:</strong><br />
- <a rel="nofollow" href="http://chronicle.com/free/v55/i21/21b00601.htm" target="_blank">The end of solitude</a>, William Deresiewicz<br />
- <a rel="nofollow" href="http://www.psychologytoday.com/articles/index.php?term=pto-2965.html" target="_blank">Solitude vs loneliness</a>, Hara Estroff Marano</p>
<p>*Nel 1854 Henry David Thoureau scrisse un’opera in cui elogiò la solitudine, <em>Walden</em></p>
Posted in parole &amp; pensieri, società Tagged: emozioni, idee, nuove prospettive, solitudine <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/shiningardenracconta.wordpress.com/714/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/shiningardenracconta.wordpress.com/714/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/shiningardenracconta.wordpress.com/714/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/shiningardenracconta.wordpress.com/714/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/shiningardenracconta.wordpress.com/714/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/shiningardenracconta.wordpress.com/714/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/shiningardenracconta.wordpress.com/714/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/shiningardenracconta.wordpress.com/714/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/shiningardenracconta.wordpress.com/714/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/shiningardenracconta.wordpress.com/714/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=shiningardenracconta.wordpress.com&blog=2109304&post=714&subd=shiningardenracconta&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Come riconoscere le occasioni nella vita</title>
		<link>http://shiningardenracconta.wordpress.com/2008/06/19/occasioni/</link>
		<comments>http://shiningardenracconta.wordpress.com/2008/06/19/occasioni/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Jun 2008 19:44:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>shiningardenracconta</dc:creator>
				<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[idee]]></category>
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		<description><![CDATA[
Sono rare e molto ambite: tutti le vogliono, ma il privilegio di afferrarle sembra riservato a pochi.
È proprio così? Le occasioni capitano davvero nella vita?
Che volto o fisionomia potremmo associare a un’opportunità? Tutte e nessuna perché l’occasione è per natura un’entità camaleontica capace di assumere qualsiasi forma e sostanza. Le uniche caratteristiche che ricorrono immutabili [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=shiningardenracconta.wordpress.com&blog=2109304&post=67&subd=shiningardenracconta&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.shiningarden.com/img/solitary_walk.jpg" alt="" width="180" height="240" /></p>
<p>Sono rare e molto ambite: tutti le vogliono, ma il privilegio di afferrarle sembra riservato a pochi.</p>
<p>È proprio così? Le occasioni capitano davvero nella vita?</p>
<p>Che volto o fisionomia potremmo associare a un’opportunità? Tutte e nessuna perché l’occasione è per natura un’entità camaleontica capace di assumere qualsiasi forma e sostanza. Le uniche caratteristiche che ricorrono immutabili sono il <strong>tempo</strong> e il <strong>luogo</strong>.</p>
<p>Un’occasione non si presenterà nel luogo giusto al momento sbagliato o nel luogo sbagliato al momento giusto. È un dato di fatto, in caso contrario non si chiamerebbe più <em>occasione</em>.</p>
<p>Rimane una domanda a tormentarci: si presenterà? Avrà fissato un appuntamento con la nostra vita? O vivremmo nel limbo delle possibilità non manifestate agitandoci nel tentativo di afferrare farfalle immaginarie?</p>
<p><strong>Le occasioni esistono</strong>. Non ci sono dubbi. Le ho viste con i miei occhi. Le ho viste capitare agli altri. Le ho viste capitare e perdersi, capitare e ritrovarsi.<br />
Sono un gioco d’azzardo, una partita alla roulette: scegliamo il numero, lanciamo la pallina e la osserviamo girare, girare e girare. Finché scivola nella casella del nostro numero. E la ruota si ferma.</p>
<p><strong>Ecco l’occasione</strong>: scegliere di giocare, scegliere il numero, scegliere di lanciare la pallina e scegliere di accettare il risultato. In una parola sola? SCEGLIERE.</p>
<p>Se siete persone a cui piacciono gli elenchi, <strong>scegliere</strong> è il <strong>primo punto</strong> importante.<br />
Non importa come si presenterà l’occasione, molto probabilmente assumerà le sembianze innocue di un annuncio di lavoro a cui decideremo di rispondere, di una persona che ci verrà presentata da terzi, di uno strappo alla routine forse percepito come fastidioso.<br />
Comunque si presenti è quasi sicuro che <strong>non sapremo riconoscerla</strong>, sarà lei a trovarci e a solleticare la nostra curiosità.<br />
Forse penseremo: &#8220;Che fortuna! Che coincidenza! Che stranezza!&#8221; E tutto finirà come è iniziato. O forse daremo seguito all’evento. Sceglieremo di conferirgli importanza e di recitare la parte dei protagonisti.</p>
<p><strong>Secondo punto</strong> importante: una volta che avremo scelto, lo scenario cambierà in base alle nostre scelte e alle scelte di chi ci circonda. A quel punto sarà fondamentale giocare le nostre carte migliori. Il nostro <strong>atteggiamento</strong>, lo spirito con cui affronteremo la situazione influirà in modo determinante sul risultato finale.<br />
Non è una questione di carattere. Possiamo essere introversi o estroversi, riflessivi o temerari: il tipo di rapporto che instaureremo con gli altri dipenderà unicamente dall’atteggiamento che assumeremo nei loro confronti e dal modo in cui li considereremo. Saranno nostri fidati alleati o irriducibili nemici molto più per nostra scelta che per loro.</p>
<p><strong>Terzo punto</strong>: il destino non c’entra niente e la fortuna neppure. Intorno a un’occasione graviteranno <strong>persone</strong> che ci permetteranno di sentirci <em>vincenti</em>. Ci aiuteranno senza neppure saperlo e grazie a loro taglieremo l’agognato traguardo. Saranno una parte fondamentale della nostra occasione e il peggior rischio che correremo sarà quello di conferire importanza alle persone sbagliate. Alcune ci apriranno la strada, altre ci accompagneranno lungo il cammino. Non ci saranno né persone di serie A né di serie B. Giocarsi le persone giuste, spesso, significa giocarsi la partita.</p>
<p><strong>Quarto punto</strong>: un’occasione non è facile, è <strong>faticosa</strong>. Afferrarla sarà anche difficile, ma riuscire a trasformarla in un progetto vincente è un impegno costante che può anche logorare. Non è possibile cavalcare l’onda del momento senza fare i conti con le notti insonni, il tempo libero raso a zero e il costante spauracchio del fallimento.<br />
Nonostante ciò, un’occasione segue le leggi del karma: più dai e più riceverai, più desideri controllare e più disordine creerai intorno a te. Più togli alle persone che ti circondano e più perderai di te stesso. Forse non sarà una legge fisica, ma è dimostrata dall’esperienza.</p>
<p><strong>Quinto punto</strong>: un’occasione ha bisogno di un <strong>ideale</strong>. Soldi, fama e successo possono anche essere il nostro obiettivo finale, l’unica cosa che conti davvero. E per averli possiamo anche pensare che meno ne concederemo agli altri, più ce ne sarà per noi. Sfruttare gli altri e ingannarli, quindi, non sarà un grosso problema per la nostra morale. Peccato che lo sia per qualsiasi occasione perché il successo non si raggiunge da soli e non si mantiene nella solitudine del proprio regno dorato. Più persone graviteranno intorno all’occasione, più fedeli alleati riusciremo a conquistare, più consolideremo il nostro successo. E con lui tutto quello che andiamo cercando: soldi, fama, amore, serenità.</p>
<p>In breve il cocktail esplosivo di un’occasione si prepara miscelando con attenzione:</p>
<ol>
<li>le proprie scelte</li>
<li>l’atteggiamento nei confronti degli altri</li>
<li>le persone giuste che ci aiuteranno</li>
<li>l’impegno e la costanza</li>
<li>un ideale da seguire e condividere</li>
</ol>
<p>Non è un gioco da ragazzi, ma neppure un’impresa impossibile. Dipende da noi e in sé questo fatto può essere sia la garanzia del successo sia il preludio del fallimento.<br />
Che cosa ne pensate: è un’idea rassicurante o tragica?! Qual è il vostro atteggiamento nei confronti delle occasioni? Quanto sono importanti gli altri per voi nella realizzazione di un progetto vincente?</p>
<p>&#8212;&#8212;<br />
Crediti: <a href="http://www.flickr.com/photos/shiningarden-photos" target="_blank">photo by Shiningarden</a></p>
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		<title>Cara Jane, in attesa di un futuro</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Nov 2007 22:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>shiningardenracconta</dc:creator>
				<category><![CDATA[idee & comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
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		<category><![CDATA[nuove prospettive]]></category>
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		<description><![CDATA[Jane Austen è un pilastro della letteratura inglese. Che se ne parli bene o male, che piaccia o meno nessuno osa spodestarla da un trono che le è stato conferito per il suo indubbio talento di scrittrice.
Jane Austen è morta nel 1817 per una grave malattia. Aveva 42 anni. Virginia Wolf, sua grande ammiratrice e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=shiningardenracconta.wordpress.com&blog=2109304&post=21&subd=shiningardenracconta&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Jane Austen è un pilastro della letteratura inglese. Che se ne parli bene o male, che piaccia o meno nessuno osa spodestarla da un trono che le è stato conferito per il suo indubbio talento di scrittrice.</p>
<p>Jane Austen è morta nel 1817 per una grave malattia. Aveva 42 anni. Virginia Wolf, sua grande ammiratrice e altro riconosciuto pilastro della letteratura inglese, morì suicida nel 1941. Aveva 59 anni.</p>
<p>Credendo in un’ipotetica teoria sulla reincarnazione, mi piacerebbe vederle reincarnate entrambe in giovani trentenni del XXI secolo, ancora armate di penna e di amore per le parole.</p>
<p>Me le immagino donne moderne, acute osservatrici di un mondo che pensavano di essersi lasciate alle spalle.<br />
Quale sorpresa per Jane scoprire di ritrovare intatti e pressoché immutati gli eleganti pregiudizi dell’Ottocento, e quale per Virginia accorgersi di non sentirsi per nulla spaesata di fronte alla peculiarità della società contemporanea!<br />
Cosa potrebbero domandarsi se non: “E dunque? Quali sono i cambiamenti?”</p>
<p>Nessun cambiamento, nessuna novità degna di nota. Leggiamo i giornali, ascoltiamo le notizie in TV, ci guardiamo vivere ogni giorno ed è semplice rendersi conto che gli uomini hanno delegato tutta l’idea di progresso ad una ragione priva di fantasia.</p>
<p>Leggiamo gli stessi libri, stesse trame di stesse storie, ascoltiamo le stesse canzoni, stesse parole di stesse melodie, ci ritroviamo a vivere gli stessi problemi con le stesse reazioni e ci chiediamo: “<strong>Perché non cambia mai</strong>?”</p>
<p>Diciamo le stesse cose da secoli. Gridiamo lo stesso dolore e sogniamo lo stesso mondo migliore che non arriva o, se vogliamo essere ottimisti, tarda ad arrivare.</p>
<p><em>Cara Jane, cara Virginia,<br />
come descrivereste la società del 2007? Quali storie inventereste e quali saggi scrivereste?<br />
Come dipingerebbe la realtà il vostro occhio critico e vivace?<br />
Come vi sentireste imprigionate in un corpo che si crede libero, in una mente che vuole spaziare e in una società che conferisce a entrambi l’apparente diritto a esprimersi?<br />
Come vi comportereste di fronte a certe evidenti manifestazioni di eccezionale intelligenza poco incline al ragionamento, come forse le avreste definite voi?<br />
Vorrei tanto conoscere la vostra opinione! Leggere nuove storie, nuovi saggi e ridere di questa società che esalta e discrimina, ammalia e annienta.</em></p>
<p>Vorrei immergermi in un romanzo come <em>Persuasione</em>, essere una novella Anne Elliot o un’Elisabeth Bennet per qualche ora. Vorrei gustarmi il mio lieto fine letterario e non desiderarne un altro dopo aver riposto il libro sul comodino. Perché desiderare la fine di qualcosa se ci stiamo divertendo nel viverla?</p>
<p>Forse ai nostri pronipoti andrà meglio. Forse nell’Italia del futuro quando decideranno di usare la bicicletta avranno piste ciclabili riservate sia in città che in provincia. Forse non rischieranno di venir investiti su una qualsiasi anonima statale priva di illuminazione non appena scende la sera.<br />
Forse si saranno liberati da stereotipi, pregiudizi, discriminazioni e non si accontenteranno del meno peggio per tutte le questioni importanti della loro vita.<br />
Forse saranno scrittori, musicisti, artisti migliori. Forse saranno cittadini migliori.<br />
Forse Jane e Virginia saranno ricordate con affetto e potranno finalmente riposare in pace. In quel lontano futuro la loro stanca penna avrà smesso di scrivere e le loro parole si imprimeranno in un passato da lasciar andare.</p>
<p>I nostri pronipoti si vanteranno: “Siamo cambiati, siamo diversi, gente! Ci sono nuove notizie, nuove storie, nuove canzoni, nuove idee. Ci sono nuove persone che progrediscono con fantasia.”</p>
<p>Jane, Virginia, abbiate pazienza. Purtroppo noi stanchi contemporanei vi romperemo le scatole ancora per un po’. Ma non rassegnatevi. Finché ci sarà fantasia ci sarà speranza, anche per voi di riposare finalmente in pace nella rasserenante convinzione di non essere vissute invano. Vissute non una, ma dieci, cento, mille volte in storie e idee a cui ancora sentiamo il bisogno di aggrapparci perché non ce ne sono né di nuove né di confortanti.</p>
<p>Abbiate fiducia. A noi non manca di certo! È la nostra dolce maledizione.</p>
<p align="right"><em>Le grandi persone sono destinate<br />
a passare inosservate tra le generazioni<br />
presenti,  ma verranno ricordate<br />
come un esempio da quelle future.</em></p>
<p align="right">&nbsp;</p>
<p align="right"><img src="http://www.shiningarden.com/img/firmaLara.gif">&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Come sopravvivere al Lunedì mattina</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Nov 2007 23:10:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>shiningardenracconta</dc:creator>
				<category><![CDATA[idee & comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[nuove prospettive]]></category>
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		<description><![CDATA[ da Lost Letters dell&#8217;11 novembre 2007
Siamo al calduccio, sotto il piumone, i sogni ci confortano avvolgendoci nella loro nebulosa coltre e non c’è nessun altro luogo al mondo nel quale vorremmo essere.
Ma eccolo, improvviso e spiacevole, ci strappa dall’idillio: è il suono della sveglia delle sei di un freddo lunedì mattina. Il weekend ci [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=shiningardenracconta.wordpress.com&blog=2109304&post=14&subd=shiningardenracconta&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="right"> da <a href="http://shiningarden.splinder.com/post/14682916/Come+sopravvivere+al+luned%C3%AC+m" target="_blank">Lost Letters</a> dell&#8217;<em>11 novembre 2007</em></p>
<p>Siamo al calduccio, sotto il piumone, i sogni ci confortano avvolgendoci nella loro nebulosa coltre e non c’è nessun altro luogo al mondo nel quale vorremmo essere.<br />
Ma eccolo, improvviso e spiacevole, ci strappa dall’idillio: è il suono della sveglia delle sei di un freddo lunedì mattina. Il weekend ci ha ormai voltato le spalle e il nostro più ardente desiderio sono ora cinque minuti di ozio puro. Ancora cinque brevi minuti.<br />
Cinque minuti che all’improvviso si trasformano in dieci e siamo quasi costretti a catapultarci fuori dal letto.<br />
Fa freddo, le palpebre sono pesanti e chiedono pietà, i pensieri si rincorrono e giungono là dove non vorremmo: al posto di lavoro, ai colleghi, al capo, a quel nuovo compito che ci è stato affidato.</p>
<p>Come superare il trauma nel tempo di una doccia e un caffé caldo? Bel dilemma.<br />
Qualunque sia la nostra occupazione, il lunedì mattina è il momento peggiore della giornata, quello in cui anche senza motivo molleremmo tutto per chiuderci in casa o scappare chissà dove.</p>
<p>Spesso ci sentiamo costretti in qualcosa: un ruolo che durante il fine settimana possiamo anche abbandonare, ma che il lunedì ritroviamo ad attenderci, come un bel vestito scomodo e stretto che indosseremo per i prossimi cinque giorni.</p>
<p>Siamo condannati senza possibilità di appello? Nessuna speranza di superare l’ansia, la tristezza, la malinconia e affrontare il lunedì con energia e serenità?</p>
<p>Vittima per anni della “sindrome del lunedì” ho sempre pensato che dipendesse da fattori e circostanze sulle quali non potevo influire.<br />
Ogni volta era uno scalciare, protestare, piagnucolare della parte di me sovversiva che si ribellava a quella più assennata. “Non mi alzo! Io là non ci vado!”, continuava a urlare qualunque posto fosse quel <em>là</em>.</p>
<p>Perché il lunedì ci appare quel brutto mostro mangia speranze e sogni? Come affrontarlo e ridargli il giusto valore?<br />
Un metodo semplice e originale è riconoscere le quattro debolezze mentali di cui siamo vittime più o meno tutti. Ne parla Shane Magee nel suo articolo <a href="http://www.lifehack.org/articles/management/four-mental-foibles-we-all-cherish-and-how-to-get-rid-of-them.html" target="_blank"><em>Four mental foibles we all cherish &#8211; and how to get rid of them</em></a> e io ve ne propongo un riadattamento incentrato sul lavoro.</p>
<p>Scoprite se anche voi ne siete vittime inconsapevoli:</p>
<p><strong>1.    Siamo propensi a immaginarci il peggiore dei futuri possibili</strong><br />
(ovvero anche questa settimana andrà tutto male al lavoro)</p>
<p>Lavorare è una necessità: dobbiamo mantenerci e mantenere la nostra famiglia.<br />
Spesso però finiamo ingabbiati in un lavoro che non ci piace e in un ambiente che spegne ogni iniziativa e voglia di fare.<br />
Per paura abbassiamo la testa, ingoiamo la frustrazione e andiamo avanti accumulando pensieri cupi e deprimenti.</p>
<p>Proviamo invece a <strong>cambiare prospettiva</strong>: la mattina guardiamoci alla specchio e al posto della solita vittima, ammiriamo un vincitore solitario. Siamo noi quel vincitore che sfida le intemperie di un lavoro difficile e snervante, le pareti scoscese di un ambiente artefatto e insensibile, le ripide di compiti nuovi e gravosi.<br />
Siamo un novello Indiana Jones che si lancia nell’avventura e ne esce sempre trionfante.<br />
Non pensiamo di essere l’ultima ruota del carro, lo sfigatello che non potrà mai aspirare a niente di più. Pensiamo in grande, pensiamo a noi stessi. Pensiamo di essere i protagonisti di un’avventura che ci chiede molto, ma che alla fine ci restituirà molto.<br />
Crediamoci.</p>
<p><strong>2.    Abbiamo la tendenza a scorgere negli altri solo le qualità peggiori</strong><br />
(ovvero il mio capo è un odioso arrivista e i miei colleghi dei doppiogiochisti)</p>
<p>Quanti di noi possono dire di avere un capo illuminato e dei colleghi leali? Quanti non si sono mai sentiti sfruttati dai propri superiori e maltrattati dai colleghi?<br />
La realtà ci mostra quanto sia molto più probabile finire nelle grinfie di un arrivista complessato che di un sereno imprenditore. Ma pensiamoci: chi è perfetto?<br />
Anche noi non lo siamo: novelli Indiana Jones talvolta ci arrabbiamo con gli occasionali compagni di viaggio per un contrattempo, una scelta sbagliata, l’incapacità di soddisfare le nostre richieste.<br />
Siamo tutti responsabili dei nostri difetti e del modo in cui questi si ripercuotono sulle persone che li devono sopportare.</p>
<p>Se consideriamo il nostro capo e i colleghi degli ottusi nemici la nostra avventura sarà costellata da persone che cercheranno di sabotarla. La sfida è giocare d’anticipo: osserviamoli obiettivamente, scoviamo i loro punti deboli e usiamoli per rafforzare il nostro carattere e la volontà.<br />
<strong>Restituiamo a tutti la giusta dimensione</strong>: non ingrandiamo i difetti e troviamo spazio anche per i pregi.<br />
Nonostante ciò, se proprio ci rendessimo conto di essere circondanti dalla peggior feccia umana, potremmo sempre affinare la nostra arte dell’avventura: se siamo persone che non hanno bisogno della bieca competitività o dell’inutile falsità per dare il meglio di noi sul lavoro e raggiungere i nostri obiettivi, congratuliamoci per aver raggiunto il livello successivo della scala evolutiva!</p>
<p><strong>3.    Sentiamo di avere tutto il tempo del mondo</strong><br />
(ovvero se non fossi costretto a lavorare potrei fare tutto quello che mi piace e sarei soddisfatto)</p>
<p>Diciamoci la verità: quante volte ce lo ripetiamo al giorno?! È un pensiero fisso sia da studenti che da lavoratori. C’è sempre qualcosa che ci ruba tempo, che ci impedisce di dedicarci a quello che ci renderebbe felici, che sia un hobby o il dolce far niente.<br />
Eppure il tempo non corre da nessuna parte, è sempre con noi e spesso non sappiamo come occuparlo.</p>
<p>Ai tempi dell’università, quando lo studio era una questione di organizzazione personale, ricordo di essermi sempre rammaricata di tutto il tempo che ero costretta a passare sui libri quando avrei tanto voluto fare mille cose diverse come leggere, scrivere, andare al cinema.<br />
La vita era piena di stimoli e io mi dovevo rinchiudere in casa o in biblioteca. Alla fine dividevo sempre il tempo per lo studio con i mille pensieri di ciò che non potevo fare.<br />
E una volta sostenuto l’esame? La libertà mi sopraffaceva, avevo tutto il tempo del mondo e non sapevo più cosa farmene. Potevo leggere, scrivere, uscire o guardarmi un bel film ma non era più la stessa cosa perché ora avevo il tempo per farlo ed era troppo.</p>
<p><strong>Liberiamoci dalla trappola del tempo e degli impegni</strong>: con un lavoro, una famiglia e mille richieste dal mondo esterno abbiamo sicuramente meno tempo per fare le cose che amiamo ma dobbiamo porre dei limiti e non sempre a noi stessi. Dobbiamo porli anche al lavoro (quindi non pensiamoci più una volta tornati a casa), alla famiglia (tutti abbiamo diritto ai nostri spazi) e prendiamoci del tempo per noi e solo per noi. Se pensiamo di non poterlo fare perdiamo di vista l’elemento fondamentale di ogni avventura: si trova sempre il tempo per fare quello che si ama. In un modo o nell’altro l’avventura prosegue.</p>
<p><strong>4.    Ci continuiamo a ripetere: “Non sono in grado di farlo”</strong><br />
(ovvero non so come risolvere quel problema, organizzare quel lavoro, non mi sento all’altezza del compito)</p>
<p>Bassa autostima, scoraggiamento, incapacità di scegliere. Quali di questi mali ci affligge se pensiamo di non poter fare qualcosa?<br />
Da bambini non avevamo paura finché qualcuno forse ci ha detto: “Questa cosa non la puoi fare!” “Se ti comporti così non ti voglio più bene, sei un bambino cattivo!”<br />
Ci abbiamo creduto ed ora eccoci qui convinti di <em>non saper fare</em>. Che spreco!<br />
A diversi gradi di preparazione siamo tutti capaci di fare qualcosa, la faremo semplicemente in modi diversi.<br />
Il segreto per superare l’ostacolo del “non so farlo” è ripetersi incessantemente: <strong>lo posso fare, ma a modo mio</strong>. Perché non c’è un modo universale di fare le cose. Ci sono tanti modi con tanti risultati diversi.<br />
Prendiamoci del tempo per capire qual è il nostro metodo per risolvere i problemi, organizzarci e realizzare un progetto. Prendiamoci il nostro tempo. Sempre.</p>
<p>Bene, cosa ne pensate? Qualche riflessione estemporanea?<br />
Domani sarà lunedì e una nuova avventura si presenterà puntuale come sempre alle sei di mattina.</p>
<p>Come ci sveglieremo? Intrepidi Indiana Jones o sfiduciate vittime del lunedì? A noi l’ardua sentenza.<br />
Comunque vada non rammarichiamoci troppo: nonostante tutto siamo pur sempre il miglior vincitore solitario che il nostro specchio possa riflettere! A me non par poco, e a voi?!</p>
<p>Buon inizio di settimana a tutti.  <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </p>
<p align="center"><img src="http://www.shiningarden.com/img/canoa.jpg" border="0" /><br />
Credits photo: <a href="http://flickr.com/photos/freewine/478332550/" target="_blank" class="red">FreeWine</a></p>
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