E. Fromm – VII

Febbraio 24, 2008

Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte

L’arte di amare: amore nel lavoro

«…amore e lavoro sono inseparabili. Si ama ciò per cui si lavora,
e si lavora per ciò che si ama.»

»» Quando ero piccola guardavo la televisione e davanti a particolari immagini pensavo sempre: da grande farò un lavoro che mi piace.
Le persone mi chiedevano che cosa avrei voluto fare una volta cresciuta, ai bambini si chiede sempre! Ma io rispondevo che non lo sapevo, ed era vero. Mi sentivo felice nel rispondere in quel modo perché, ai miei occhi, non saperlo significava che avrei potuto fare di tutto, in particolare avrei potuto trovare il lavoro che avrei amato.

Crescendo mi ritrovai circondata da persone che mi dicevano di coltivare i miei talenti, poi affrettandosi ad affermare che “bisogna sapersi adattare”. Non capivo: a che cosa mi sarebbero serviti i miei talenti (se ne avevo!) se poi mi sarei dovuta adattare alle circostanze?
Tempo dopo lo capii: per tutti loro i miei talenti mi sarebbero serviti per avere una chance in più, chissà che non fossi fortunata.
I miei genitori credono ancora che io debba impegnarmi nella ricerca di un posto fisso (anche se al momento le offerte vedono solo impieghi temporanei). Credono ancora che ci siano settori più promettenti di altri e che quindi bisognerebbe buttarsi a pesce su quelli. Credono ancora che quando mi trovo a casa e provo a coltivare le mie passioni in realtà io “non sto facendo nulla”.

Poco tempo fa sentii uno stralcio di un intervista a Bill Gates e mi ritrovai a pensare che ognuno di noi dice sempre qualcosa di intelligente, ma la maggior parte delle persone in quel momento è attenta ad altre cose: ad esempio, nel caso di Bill Gates, i miei erano concentrati sul fatto che è uno degli uomini più ricchi della Terra, che ha avuto un’idea geniale, che sotto certi punti di vista è da ammirare…
Peccato che, mentre loro si perdevano in queste riflessioni, Bill Gates in persona stava rispondendo alla domanda: “Che consiglio darebbe lei ai giovani per farsi strada nel mondo del lavoro?”

Risposta: “Io consiglierei loro di impegnarsi in quello che piace. Non state troppo a guardare cosa va al momento perché solo se amate quello che fate avrete la motivazione giusta per continuare a farlo seriamente e con dedizione. Questo è quello che ho fatto io. Se non sei interessato ad una cosa… molto probabilmente ti mancherà sempre quella marcia in più per avere successo.”
Ho riportato il succo delle sue parole, non il discorso vero e proprio perché non ho una tale memoria! Comunque, credo non ci sia nulla da aggiungere. Non per me, almeno.

«Responsabilità: è la mia risposta al bisogno, espresso o inespresso,
di un altro essere umano.

Rispetto: è la capacità di vedere una persona com’è, di conoscerne la vera individualità.
Rispetto significa desiderare che l’altra persona cresca e si sviluppi per quello che è.»

Responsabilità e rispetto, ci sono nel nostro modo d’amare?
Personalmente mi sono sempre mancati sia l’una sia l’altro. Ma non è mai troppo tardi per imparare.

Prossimo articolo: Fuga dalla libertà
Articoli precedenti:
- Erich Fromm: una vita, un’arte
- Erich Fromm: una biografia
- L’arte di amare: amare è un’arte (I parte e II parte)
- L’arte di amare: la solitudine
- L’arte di amare: creare

Bibliografia:
Le citazioni sono tratte dal libro L’arte di amare, Erich Fromm, Oscar Mondadori (2003)


Buoni leader: come diventare un manager di successo

Febbraio 18, 2008

» Primo dato di fatto: a tutti può essere dato in mano uno scettro ed essere detto “Ora governa!” A tutti, anche a un bambino.
Ognuno di noi può aspirare al ruolo di leader, in un qualsiasi ambito della propria vita. Si può essere leader per carisma, per tradizione o per burocrazia, come avrebbe detto Weber. Si può essere leader e si può essere buoni leader.

» Secondo dato di fatto: non tutti i leader sono buoni leader ed è sufficiente carpire stralci di conversazione la mattina presto per rendersi conto che il luogo di lavoro troppo spesso è considerato una gabbia in cui i matti hanno preso il sopravvento.

L’altro giorno ero sul treno e una signora chiacchierava con le amiche sul mio stesso vagone. “Così non si può continuare”, l’ho sentita pronunciare. “Quella strega fa di tutto per impedirmi di lavorare. Solo perché un titolo le dice che è la mia capa non significa che sia in grado di esserlo veramente. È lunatica e mi carica di lavoro come se fossi un mulo. Non riesco mai a finire un progetto che sia uno! Fai questo e poi fai quello e quell’altro.”
Le amiche ascoltavano intervenendo solidali. “Mi ha persino detto che è colpa mia se non riesco a finire, che è perché non mi so organizzare! Certo, con lei che si crede dio sceso in terra e non fa che indispormi! Passo metà del tempo a inveirle contro! Quando le chiedo un’informazione sembra che le abbia appena puntato una pistola addosso e mi guarda come se fossi una deficiente incapace di farcela da sola.”

A ragione o torto quella signora era sinceramente afflitta dalla situazione che viveva sul posto di lavoro, in particolare con quel capo a suo dire indisponente e insensibile.
Quanti leader si comportano come il capo della signora? Quanti una volta raggiunto il potere, si siedono sul trono e fanno vivere ai loro sottoposti le pene dell’inferno per immaturità, incapacità e mancanza di sensibilità?
In un articolo apparso sulla rivista francese Enjeux si afferma che il segreto per essere un buon manager si può rintracciare nella frase di Voltaire: “Coltiva il tuo orto”.

Cosa significa?

Nient’altro che una semplice verità: ogni capo, manager o dirigente aziendale dovrebbe coltivare dei “rapporti sani, onesti ed equilibrati con i propri collaboratori”.
Più facile a dirsi che a farsi dato che per lo più i primi sono nominati “sulla base delle loro capacità professionali e quasi mai per l’abilità nella gestione delle relazioni personali. Per questo si trovano di frequente a disagio con i loro collaboratori”.
Non è detto che tutti i cattivi capi siano dei capi stronzi (categoria di cui Robert Sutton ha ampliamente parlato nel suo libro Il metodo antistronzi, edito da Ellint), ma la mancanza di armonia che genera la loro presenza all’interno di un ambiente di lavoro è sinonimo di poca produttività, insoddisfazione, assenteismo e mancanza di motivazione.

Un’azienda è formata dalla persone che ne fanno parte: capi e collaboratori. In un’azienda contano il profitto e la produttività, ma dovrebbero contare ancora di più le persone e il loro contributo allo sviluppo dell’azienda. Se ad ogni ruolo non viene riconosciuta la propria importanza, né superiore né inferiore rispetto ad un altro ruolo, semplicemente diversa, l’anima di quell’azienda è destinata alla dannazione, l’azienda stessa al declino.
Ma a che serve un’anima quando ci sono di mezzo soldi, potere e una semplice quanto inequivocabile economia?!
Ecco che il leader diventa fabbricante di monete quando avrebbe potuto aspirare al ruolo di alchimista. Non è un miraggio e neppure un’illusione: è un diverso punto di vista.

E quindi? Come si diventa manager di successo in fretta, senza aspettare, per sempre?!
Partendo da un piccolo pensiero: i miei collaboratori sono i miei migliori alleati. Se mi stimeranno, daranno sempre il meglio di loro e di riflesso potrò valutare il mio successo personale.

Daniel Goleman ha scritto con l’aiuto di altri due studiosi un manuale sul modo di “Essere leader”. Nel libro, edito dalla Bur, gli autori delineano le caratteristiche vincenti di un buon leader, tra cui trova un posto importante l’empatia. Possiamo essere leader in tanti modi e ottenere diversi tipi di successo, ma rimane un’inconfutabile verità: “I grandi leader sanno scuoterci. Accendono il nostro entusiasmo e animano quanto di meglio c’è in noi”.

Possiamo essere leader e possiamo pensare di essere persone di successo, ma la qualità dei nostri rapporti con i collaboratori dimostrerà il valore della nostra leadership. E la solidità del nostro successo.

Per saperne di più:
~ Devenir un bon manager, Enjeux
~ Essere leader, Daniel Goleman, ed. Bur (2005)
~ Always Keep A Stock of Spare Heads, John Maeda


Come sopravvivere al Lunedì mattina

Novembre 12, 2007

da Lost Letters dell’11 novembre 2007

Siamo al calduccio, sotto il piumone, i sogni ci confortano avvolgendoci nella loro nebulosa coltre e non c’è nessun altro luogo al mondo nel quale vorremmo essere.
Ma eccolo, improvviso e spiacevole, ci strappa dall’idillio: è il suono della sveglia delle sei di un freddo lunedì mattina. Il weekend ci ha ormai voltato le spalle e il nostro più ardente desiderio sono ora cinque minuti di ozio puro. Ancora cinque brevi minuti.
Cinque minuti che all’improvviso si trasformano in dieci e siamo quasi costretti a catapultarci fuori dal letto.
Fa freddo, le palpebre sono pesanti e chiedono pietà, i pensieri si rincorrono e giungono là dove non vorremmo: al posto di lavoro, ai colleghi, al capo, a quel nuovo compito che ci è stato affidato.

Come superare il trauma nel tempo di una doccia e un caffé caldo? Bel dilemma.
Qualunque sia la nostra occupazione, il lunedì mattina è il momento peggiore della giornata, quello in cui anche senza motivo molleremmo tutto per chiuderci in casa o scappare chissà dove.

Spesso ci sentiamo costretti in qualcosa: un ruolo che durante il fine settimana possiamo anche abbandonare, ma che il lunedì ritroviamo ad attenderci, come un bel vestito scomodo e stretto che indosseremo per i prossimi cinque giorni.

Siamo condannati senza possibilità di appello? Nessuna speranza di superare l’ansia, la tristezza, la malinconia e affrontare il lunedì con energia e serenità?

Vittima per anni della “sindrome del lunedì” ho sempre pensato che dipendesse da fattori e circostanze sulle quali non potevo influire.
Ogni volta era uno scalciare, protestare, piagnucolare della parte di me sovversiva che si ribellava a quella più assennata. “Non mi alzo! Io là non ci vado!”, continuava a urlare qualunque posto fosse quel .

Perché il lunedì ci appare quel brutto mostro mangia speranze e sogni? Come affrontarlo e ridargli il giusto valore?
Un metodo semplice e originale è riconoscere le quattro debolezze mentali di cui siamo vittime più o meno tutti. Ne parla Shane Magee nel suo articolo Four mental foibles we all cherish – and how to get rid of them e io ve ne propongo un riadattamento incentrato sul lavoro.

Scoprite se anche voi ne siete vittime inconsapevoli:

1. Siamo propensi a immaginarci il peggiore dei futuri possibili
(ovvero anche questa settimana andrà tutto male al lavoro)

Lavorare è una necessità: dobbiamo mantenerci e mantenere la nostra famiglia.
Spesso però finiamo ingabbiati in un lavoro che non ci piace e in un ambiente che spegne ogni iniziativa e voglia di fare.
Per paura abbassiamo la testa, ingoiamo la frustrazione e andiamo avanti accumulando pensieri cupi e deprimenti.

Proviamo invece a cambiare prospettiva: la mattina guardiamoci alla specchio e al posto della solita vittima, ammiriamo un vincitore solitario. Siamo noi quel vincitore che sfida le intemperie di un lavoro difficile e snervante, le pareti scoscese di un ambiente artefatto e insensibile, le ripide di compiti nuovi e gravosi.
Siamo un novello Indiana Jones che si lancia nell’avventura e ne esce sempre trionfante.
Non pensiamo di essere l’ultima ruota del carro, lo sfigatello che non potrà mai aspirare a niente di più. Pensiamo in grande, pensiamo a noi stessi. Pensiamo di essere i protagonisti di un’avventura che ci chiede molto, ma che alla fine ci restituirà molto.
Crediamoci.

2. Abbiamo la tendenza a scorgere negli altri solo le qualità peggiori
(ovvero il mio capo è un odioso arrivista e i miei colleghi dei doppiogiochisti)

Quanti di noi possono dire di avere un capo illuminato e dei colleghi leali? Quanti non si sono mai sentiti sfruttati dai propri superiori e maltrattati dai colleghi?
La realtà ci mostra quanto sia molto più probabile finire nelle grinfie di un arrivista complessato che di un sereno imprenditore. Ma pensiamoci: chi è perfetto?
Anche noi non lo siamo: novelli Indiana Jones talvolta ci arrabbiamo con gli occasionali compagni di viaggio per un contrattempo, una scelta sbagliata, l’incapacità di soddisfare le nostre richieste.
Siamo tutti responsabili dei nostri difetti e del modo in cui questi si ripercuotono sulle persone che li devono sopportare.

Se consideriamo il nostro capo e i colleghi degli ottusi nemici la nostra avventura sarà costellata da persone che cercheranno di sabotarla. La sfida è giocare d’anticipo: osserviamoli obiettivamente, scoviamo i loro punti deboli e usiamoli per rafforzare il nostro carattere e la volontà.
Restituiamo a tutti la giusta dimensione: non ingrandiamo i difetti e troviamo spazio anche per i pregi.
Nonostante ciò, se proprio ci rendessimo conto di essere circondanti dalla peggior feccia umana, potremmo sempre affinare la nostra arte dell’avventura: se siamo persone che non hanno bisogno della bieca competitività o dell’inutile falsità per dare il meglio di noi sul lavoro e raggiungere i nostri obiettivi, congratuliamoci per aver raggiunto il livello successivo della scala evolutiva!

3. Sentiamo di avere tutto il tempo del mondo
(ovvero se non fossi costretto a lavorare potrei fare tutto quello che mi piace e sarei soddisfatto)

Diciamoci la verità: quante volte ce lo ripetiamo al giorno?! È un pensiero fisso sia da studenti che da lavoratori. C’è sempre qualcosa che ci ruba tempo, che ci impedisce di dedicarci a quello che ci renderebbe felici, che sia un hobby o il dolce far niente.
Eppure il tempo non corre da nessuna parte, è sempre con noi e spesso non sappiamo come occuparlo.

Ai tempi dell’università, quando lo studio era una questione di organizzazione personale, ricordo di essermi sempre rammaricata di tutto il tempo che ero costretta a passare sui libri quando avrei tanto voluto fare mille cose diverse come leggere, scrivere, andare al cinema.
La vita era piena di stimoli e io mi dovevo rinchiudere in casa o in biblioteca. Alla fine dividevo sempre il tempo per lo studio con i mille pensieri di ciò che non potevo fare.
E una volta sostenuto l’esame? La libertà mi sopraffaceva, avevo tutto il tempo del mondo e non sapevo più cosa farmene. Potevo leggere, scrivere, uscire o guardarmi un bel film ma non era più la stessa cosa perché ora avevo il tempo per farlo ed era troppo.

Liberiamoci dalla trappola del tempo e degli impegni: con un lavoro, una famiglia e mille richieste dal mondo esterno abbiamo sicuramente meno tempo per fare le cose che amiamo ma dobbiamo porre dei limiti e non sempre a noi stessi. Dobbiamo porli anche al lavoro (quindi non pensiamoci più una volta tornati a casa), alla famiglia (tutti abbiamo diritto ai nostri spazi) e prendiamoci del tempo per noi e solo per noi. Se pensiamo di non poterlo fare perdiamo di vista l’elemento fondamentale di ogni avventura: si trova sempre il tempo per fare quello che si ama. In un modo o nell’altro l’avventura prosegue.

4. Ci continuiamo a ripetere: “Non sono in grado di farlo”
(ovvero non so come risolvere quel problema, organizzare quel lavoro, non mi sento all’altezza del compito)

Bassa autostima, scoraggiamento, incapacità di scegliere. Quali di questi mali ci affligge se pensiamo di non poter fare qualcosa?
Da bambini non avevamo paura finché qualcuno forse ci ha detto: “Questa cosa non la puoi fare!” “Se ti comporti così non ti voglio più bene, sei un bambino cattivo!”
Ci abbiamo creduto ed ora eccoci qui convinti di non saper fare. Che spreco!
A diversi gradi di preparazione siamo tutti capaci di fare qualcosa, la faremo semplicemente in modi diversi.
Il segreto per superare l’ostacolo del “non so farlo” è ripetersi incessantemente: lo posso fare, ma a modo mio. Perché non c’è un modo universale di fare le cose. Ci sono tanti modi con tanti risultati diversi.
Prendiamoci del tempo per capire qual è il nostro metodo per risolvere i problemi, organizzarci e realizzare un progetto. Prendiamoci il nostro tempo. Sempre.

Bene, cosa ne pensate? Qualche riflessione estemporanea?
Domani sarà lunedì e una nuova avventura si presenterà puntuale come sempre alle sei di mattina.

Come ci sveglieremo? Intrepidi Indiana Jones o sfiduciate vittime del lunedì? A noi l’ardua sentenza.
Comunque vada non rammarichiamoci troppo: nonostante tutto siamo pur sempre il miglior vincitore solitario che il nostro specchio possa riflettere! A me non par poco, e a voi?!

Buon inizio di settimana a tutti. ;)


Credits photo: FreeWine