Torino – Italia

Luglio 26, 2008

Vogliamo ritrovare un po’ di orgoglio per l’Italia e per le nostre città? Forse in questi ultimi tempi ne abbiamo bisogno un po’ tutti noi italiani, al Nord e al Sud, indistintamente: ricordarci delle bellezze del nostro paese, anche se provengono dal passato.

In particolare, per noi torinesi (eh sì, la misteriosa Torino, città che si ama e si odia allo stesso tempo!), ogni tanto fa bene riscoprirsi orgogliosi della propria città bistrattata.
In questo video c’è un po’ di quell’emozione speciale che di fronte a strade ed edifici quotidianamente ignorati dai nostri occhi, ci porta a riscoprirli e a surrurrare quasi sorpresi: “In fondo, io amo questa città!”

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Via Torino.blogolandia.it


Sull’Italia

Giugno 2, 2008

Photo by Shiningarden

 

L’Italia non se la passa bene. L’antica culla degli artisti sta assumendo i contorni di un rifugio per disperati. Del Nord e del Sud. Per gli italiani e per chi aveva finora creduto nel sogno italiano.
“Ci rimane forse un’alternativa?”, mi chiedono gli amici più intraprendenti e ambiziosi. Andersene, mi dicono. In Francia, in Spagna, da qualsiasi altra parte per non rimanere invischiati in questo pantano. “Siamo troppo arretrati. Quale futuro possiamo aspettarci qui?”

A diciotto anni ero convinta di emigrare. Volevo andare in Australia. L’Italia non mi piaceva e non c’era nessun motivo per cui, mi dicevo, valesse la pena rimanere. Ero un’idealista e non avevo paura. Poi conobbi un’australiana che mi disse: “Qui non è facile, mi piacerebbe andare in Giappone. Sto imparando la lingua.” Qui non è facile.

Andarsene è il sogno che ci accomuna. Emigrare e trovare condizioni di vita migliori. Lasciare il proprio paese perché non offre prospettive se non quelle di soffocare nelle sabbie mobili.
Immobilità. Disorganizzazione. Corruzione. Criminalità. Chi vorrebbe vivere in un paese il cui futuro sembra determinato da queste quattro calamità innaturali?
E come sopravvivere se non è possibile partire? Qual è il limite oltre il quale la frustrazione diventa rancore? E dal rancore si passa all’odio? E l’odio si trasforma in follia collettiva?

Oggi la violenza si divide in due grandi correnti: la violenza del prepotente e la violenza dell’oppresso. La prima appartiene a chi utilizza la forza per ottenere un vantaggio personale, anche temporaneo, la seconda, invece, è la violenza di chi ha bisogno di un capro espiatorio per sentirsi meno impotente di fronte alle ingiustizie.
Così, può capitare che la violenza del primo diventi una giustificazione per la violenza del secondo che spesso colpisce alla cieca ed è inconsapevole delle conseguenze.

È questo il futuro che ha scelto per sé l’Italia? La logica del ferro e del fuoco per risolvere i problemi?
Fermiamoci un attimo a riflettere e proviamo anche noi a rispondere alla semplice domanda che il commissario europeo per la Romania, Leonard Orban, ha posto alla giornalista Gabriela Preda: “Come si vive in realtà in Italia?
Prima di puntare il dito sulla diversità, proviamo a osservare le nostre difficoltà quotidiane. Da dove nascono veramente?

“Quali sono i motivi di disagio più comuni, al di là di quelli legati all’immigrazione?”
Variano a seconda dell’età, delle esigenze e del contesto che si vive ogni giorno, ma scommetto che dipendono in minima parte da quegli altri che oggi sembrano essere diventati il capro espiatorio di tutti i mali italiani.

Vogliamo parlare dei trasporti pubblici, in particolare delle ferrovie che sono in rosso da anni e che non considerano un treno soppresso un disservizio?
Vogliamo parlare dei contratti di lavoro che obbligano noi giovani a posticipare a data da destinarsi il sogno di una vita indipendente e di una famiglia?
Vogliamo parlare del bullismo nelle scuole e dei programmi scolastici che sfornano giovani ignoranti e incapaci di sognare un futuro?
Vogliamo parlare del problema dei rifiuti e dell’energia, argomenti che ultimamente vanno di moda, e che nessun governo si è mai preso la briga di risolvere con programmi seri e lungimiranti?

I problemi non si risolvono “spostandoli da un’altra parte” o addossando la colpa della loro esistenza a qualcuno.
In Italia siamo vittime di una diffusa mentalità chiusa, gretta, affarista che non sa aprirsi al mondo e alle opportunità che la differenza offre.
Per questo gli italiani sono da stigmatizzare? Gli italiani sono i loro governi incapaci, la stampa monopolista e superficiale, i trasporti indebitati, gli studenti bulli, la criminalità organizzata e disorganizzata?
Questo è quello che oggi stiamo dicendo agli stranieri e quello che, ci siamo dimenticati, fu detto ai nostri nonni e bisnonni quando emigrarono: voi non siete persone con un’identità, siete l’altro, l’alterità a noi nemica.

Che spreco.

Mi piacerebbe che, un giorno, un giornalista straniero dipingesse l’Italia che i suoi occhi osservano come l’Islanda descritta da John Carlin. Mi piacerebbe che anche l’Italia fosse definita un grande patchwork con famiglie allargate, creative e con bambini felici che avranno l’opportunità di diventare adulti felici.
E forse basterebbe davvero poco. Forse, il destino di un paese e del suo popolo si racchiude in una semplice capacità: quella di saper prendere il meglio dalle altre culture e società.
I problemi fanno parte della vita, ma credere di risolverli con la violenza e la discriminazione è un vecchio modo di pensare che continua a ripresentarci gli stessi problemi in modo diversi.

La violenza non è una caratteristica che possiamo assegnare a un popolo o a un’etnia. La violenza è figlia dell’ignoranza e del pregiudizio e ne siamo tutti portatori insani. È una scelta ed è individuale, per quanto scomodo sia accettarlo.

La citazione di oggi:

La prima lezione che abbiamo appreso dalle democrazie occidentali, quando ci siamo messi al loro fianco, è che non esiste colpevolezza collettiva. Che in uno stato di diritto nessuno è colpevole per le abiezioni altrui. Che l’atto di associare una razza, una classe, un popolo, le propensioni sessuali e via dicendo a un crimine è un esecrabile principio nazista. Per quanto profondamente addolorata e traumatizzata da un crimine, una società che non sia ipocrita deve accettare che quel trauma le è stato provocato da un individuo, non certo da un’etnia o da un popolo. E che perfino quell’individuo merita di essere trattato da uomo e giudicato in base alle leggi che regolano il vivere civile. Altrimenti si arriva ad Auschwitz e a Guantanamo. – Mircea Cartarescu

E la consapevolezza:


Dal film Le Peuple Migrateur

Da leggere:

- Provo Vergona, articolo di Mircea Cartarescu pubblicato su Internazionale, 9 novembre 2007 (file doc | web)

- No wonder Iceland has the happiest people on earth, articolo di John Carlin pubblicato su www.guardian.co.uk

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Credits: photo by Shiningarden