Addio… o arrivederci!

Agosto 1, 2009

Prima di prendere questa decisione, ho riflettuto sui suoi pro e contro e alla fine ho capito che era inevitabile: devo dire addio a questo blog.
Non so ancora se solo per un periodo o per sempre, ma troppo poco è il tempo che posso dedicarvi adesso. Ho deciso di concentrare l’attenzione su altri impegni e necessariamente qualcosa doveva essere sacrificato. Ringrazio tutti i visitatori che hanno seguito Gli ultimi idealrealisti in questo anno e mezzo di vita e anche se non aggiornerò più continuerò a leggere i commenti nel caso qualcuno volesse scrivermi.

Vi voglio salutare con un pensiero preso in prestito da una canzone dei Placebo:

A heart that hurts,
Is a heart that works.
No-one can take it away from me,
No-one can tear it apart.
It may be elaborate fantasy,
But it’s the perfect place to start.

‘Cause a heart that hurts,
Is a heart that works.
Bright lights, Placebo [lyrics | ascolta]

It may be elaborate fantasy, but it’s the perfect place to start… questo è stato il punto di partenza de Gli ultimi idealrealisti e spero possa essere una fonte d’ispirazione per chiunque scopra di far parte del gruppo. Buon viaggio!


Cara Jane, in attesa di un futuro

Novembre 18, 2007

Jane Austen è un pilastro della letteratura inglese. Che se ne parli bene o male, che piaccia o meno nessuno osa spodestarla da un trono che le è stato conferito per il suo indubbio talento di scrittrice.

Jane Austen è morta nel 1817 per una grave malattia. Aveva 42 anni. Virginia Wolf, sua grande ammiratrice e altro riconosciuto pilastro della letteratura inglese, morì suicida nel 1941. Aveva 59 anni.

Credendo in un’ipotetica teoria sulla reincarnazione, mi piacerebbe vederle reincarnate entrambe in giovani trentenni del XXI secolo, ancora armate di penna e di amore per le parole.

Me le immagino donne moderne, acute osservatrici di un mondo che pensavano di essersi lasciate alle spalle.
Quale sorpresa per Jane scoprire di ritrovare intatti e pressoché immutati gli eleganti pregiudizi dell’Ottocento, e quale per Virginia accorgersi di non sentirsi per nulla spaesata di fronte alla peculiarità della società contemporanea!
Cosa potrebbero domandarsi se non: “E dunque? Quali sono i cambiamenti?”

Nessun cambiamento, nessuna novità degna di nota. Leggiamo i giornali, ascoltiamo le notizie in TV, ci guardiamo vivere ogni giorno ed è semplice rendersi conto che gli uomini hanno delegato tutta l’idea di progresso ad una ragione priva di fantasia.

Leggiamo gli stessi libri, stesse trame di stesse storie, ascoltiamo le stesse canzoni, stesse parole di stesse melodie, ci ritroviamo a vivere gli stessi problemi con le stesse reazioni e ci chiediamo: “Perché non cambia mai?”

Diciamo le stesse cose da secoli. Gridiamo lo stesso dolore e sogniamo lo stesso mondo migliore che non arriva o, se vogliamo essere ottimisti, tarda ad arrivare.

Cara Jane, cara Virginia,
come descrivereste la società del 2007? Quali storie inventereste e quali saggi scrivereste?
Come dipingerebbe la realtà il vostro occhio critico e vivace?
Come vi sentireste imprigionate in un corpo che si crede libero, in una mente che vuole spaziare e in una società che conferisce a entrambi l’apparente diritto a esprimersi?
Come vi comportereste di fronte a certe evidenti manifestazioni di eccezionale intelligenza poco incline al ragionamento, come forse le avreste definite voi?
Vorrei tanto conoscere la vostra opinione! Leggere nuove storie, nuovi saggi e ridere di questa società che esalta e discrimina, ammalia e annienta.

Vorrei immergermi in un romanzo come Persuasione, essere una novella Anne Elliot o un’Elisabeth Bennet per qualche ora. Vorrei gustarmi il mio lieto fine letterario e non desiderarne un altro dopo aver riposto il libro sul comodino. Perché desiderare la fine di qualcosa se ci stiamo divertendo nel viverla?

Forse ai nostri pronipoti andrà meglio. Forse nell’Italia del futuro quando decideranno di usare la bicicletta avranno piste ciclabili riservate sia in città che in provincia. Forse non rischieranno di venir investiti su una qualsiasi anonima statale priva di illuminazione non appena scende la sera.
Forse si saranno liberati da stereotipi, pregiudizi, discriminazioni e non si accontenteranno del meno peggio per tutte le questioni importanti della loro vita.
Forse saranno scrittori, musicisti, artisti migliori. Forse saranno cittadini migliori.
Forse Jane e Virginia saranno ricordate con affetto e potranno finalmente riposare in pace. In quel lontano futuro la loro stanca penna avrà smesso di scrivere e le loro parole si imprimeranno in un passato da lasciar andare.

I nostri pronipoti si vanteranno: “Siamo cambiati, siamo diversi, gente! Ci sono nuove notizie, nuove storie, nuove canzoni, nuove idee. Ci sono nuove persone che progrediscono con fantasia.”

Jane, Virginia, abbiate pazienza. Purtroppo noi stanchi contemporanei vi romperemo le scatole ancora per un po’. Ma non rassegnatevi. Finché ci sarà fantasia ci sarà speranza, anche per voi di riposare finalmente in pace nella rasserenante convinzione di non essere vissute invano. Vissute non una, ma dieci, cento, mille volte in storie e idee a cui ancora sentiamo il bisogno di aggrapparci perché non ce ne sono né di nuove né di confortanti.

Abbiate fiducia. A noi non manca di certo! È la nostra dolce maledizione.

Le grandi persone sono destinate
a passare inosservate tra le generazioni
presenti, ma verranno ricordate
come un esempio da quelle future.

 

  


ChangeThis.com

Novembre 14, 2007

dal Lost Letters del 28 ottobre 2007

Un ottimismo contagioso

Anni fa, era il tempo del liceo, una mia amica mi disse: “Preferisco essere un’ottimista a torto che una pessimista a ragione.” Aveva letto la frase in un libro e la condivideva mentre io, mi chiese, cosa ne pensavo?
Era difficile non prendere posizione e schierarsi a favore di un ottimismo anche infondato, ma pur sempre più popolare del suo vicino di banco dallo sguardo torvo.

In fondo si sa, il pessimismo non paga.

Eppure, nel corso degli anni, la mia coscienza si è ritrovata più volte di fronte al vecchio dilemma: meglio scegliere un atteggiamento ottimista o rassegnarsi all’evidenza negativa della realtà?

Qual è il modo migliore per affrontare i fallimenti? Come reagire alla presenza in noi stessi di due opposte forze che ora ci allontanano, ora avvicinano all’obiettivo?
Da un lato, infatti, c’è il dolore passato che intacca volontà e determinazione, dall’altro la fiducia nel cambiamento e nelle proprie capacità. E in mezzo si situa l’obiettivo, qualunque esso sia, il sogno, la missione, il progetto di una vita.

Ottimisti o pessimisti? Negativi o positivi?
Come si reagisce ad una critica? Come si evita di trasformare gli errori commessi in una nostra caratteristica innata?

Forse è questa l’ignota battaglia dell’ottimismo: credere che un cambiamento ci possa essere, che il passato non si riversi costantemente sul presente soffocandolo, che il futuro sia ancora tutto da scrivere.

Ma chi ci crede ancora? Su Internet in tanti, tutti coloro che ogni giorno si ritrovano sul sito “ChangeThis”, nato da un’idea di Seth Godin, famoso scrittore e uomo d’affari, e realizzato da un giovane team affiatato.
Il sito presenta un proprio manifesto che si apre con l’emblematica domanda “Are you an optmist?”, ossia sei un ottimista?
E prosegue:

We don’t believe humans evolved to be so bad at making decisions, so poor at changing our minds, so violent in arguing our point of view. We’re well aware of how split our country and our world have become, but we don’t think the current state of affairs is built into our very nature.
The problem lies in the media.

Il problema risiede nei media. Cosa significa?
Significa che le notizie sono sempre più superficiali, tendenziose e sensazionali. Che troppo spesso manca un approccio ponderato, razionale e costruttivo. Ad esempio, sappiamo tutto sull’ultima bravata delle star di Hollywood, ma chi è a conoscenza dell’ultima guerra civile nella Repubblica Centrafricana?

Il team di “ChangeThis” sfida il pensiero “fondamentalista”, quello che non ammette eccezioni e non si basa su analisi razionali, ma sul puro carisma e la moda del momento.
Spiegano nel loro manifesto:

We’re betting that a significant portion of the population wants to hear thoughtful, rational, constructive arguments about important issues. […]
Do you believe that if we change the way ideas are communicated, we can change the fundamentalists?

Il loro mezzo di espressione e diffusione delle nuove idee sono i “manifesti”: chiunque può proporre il proprio e questo sarà poi votato dagli utenti. Solo le idee migliori si diffonderanno, affermano, perché colpiranno l’attenzione del lettore, perché questi deciderà di condividerle con i suoi amici, i familiari, e perché il passaparola rimane ancora oggi un potente strumento di diffusione e cambiamento culturale.

“ChangeThis” mi ha colpito e il suo manifesto ancora di più. A questo punto tra un approccio razionalmente positivo e uno rassegnatamente negativo, scelgo di sicuro il primo. Mi costerà più fatica, ma alla fine mi mostrerà fin dove i miei limiti possono effettivamente spingermi. E conoscere i propri limiti è necessario per trasformare un’idea in un progetto di successo.

La società ha bisogno di nuove idee, di rendersi indipendente dagli errori del passato per innovarsi e diventare più consapevole di se stessa e del futuro.

E poi è più forte di me: adoro condividere e quando qualcuno mi invita a farlo non posso davvero esimermi dall’accettare l’invito!

When you find a manifesto that might change minds, spread it. Print it and distribute it. E-mail it to your friends. Until we can get comfortable talking about rational arguments, we’re going to be at a disadvantage when faced with fundamentalists, who aren’t at all shy about spreading their point of view.

So, please… be an optimist. Share.