Normale vs Diverso
Settembre 14, 2008
Ultimamente si è parlato molto di “discriminazione” e “razzismo” sia in tv che sui giornali.
Due virus che si credevano tenuti sotto controllo grazie al miracoloso vaccino chiamato “progresso”, si sono invece risvegliati dando prova di una tenace resistenza.
Lo straniero, l’altro, il diverso: tanti nomi per indicare la stessa paura inconscia e distruttiva.
La stessa incapacità di relazionarsi in modo sano, di accettarsi e collaborare.
Leggo con una certa incredulità, tipica di chi è incapace di accettare le brutture dell’animo umano come dati di fatto, la lettera di una giovane donna e mamma sul suo blog.
Ho deciso di parlarne, anzi, di dedicarle un post perché ci sono alcuni limiti che neppure l’ignoranza dovrebbe superare. Perché certe frasi, certe parole non possono cadere nel silenzio, conficcarsi nella carne come una spina ed essere dimenticate. Perché non ci sono ferite peggiori di quelle che non possono rimarginarsi.
Chi ancora divide le persone tra normali e non normali è il primo portatore sano di quell’ignoranza che nessun progresso o sviluppo può debellare. Chi ancora cataloga, giudica e discrimina in base a supposizioni, preconcetti e pregiudizi è l’ultimo esemplare di un’umanità arrogante e malata di incoscienza.
Se è questo quello che può capitare a un innocente bambino di 4 anni, “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente”, allora capisco tante cose sulla società e su questo assurdo mondo. Capisco tante cose che non voglio in ogni caso rassegnarmi ad accettare.
Sarà irrazionale, insensato, diverso ma accettare un limite netto e distinto tra ciò che viene definito “normale” e ciò che viene etichettato “diverso dal normale” non è una strada percorribile, non per una società proiettata verso il futuro. Non per una società in cui persone razionali e responsabili vorrebbero vivere.
Ecco perché lettere come quelle che ho citato sopra sono importanti, anzi indispensabili: certe cose vanno dette, scritte, urlate se necessario. Non ci può essere spazio per il silenzio, se non per quello di chi, pronunciate parole ghettizzanti, si è infine reso conto del loro vergognoso significato.

Amicizia, un racconto
Giugno 4, 2008
Come si costruisce una vera amicizia? Partendo dalle fondamenta. Scavando proprio là dove i nostri occhi all’inizio non scorgevano niente, dove non c’era niente.
Dopo tanta rabbia, risentimento, rancore, tutte parole brutte che iniziano per R, dopo le incomprensioni, la tristezza e la malinconia dell’abbandono, gli anni passano, il tempo fluisce, scivola veloce tra opportunità e delusioni per giungere infine là dove eravamo sempre stati diretti.
Non sono coincidenze, come mi è stato insegnato da un saggio amico: niente accade per caso, o forse è semplicemente più responsabile pensarlo. È la direzione che diamo alla nostra vita, l’impronta che lasceremo nel cuore degli altri, è quello per il quale saremo ricordati.
Era il lontano 2002 quando scrissi uno dei miei primi racconti sull’amicizia. Non un racconto vero e proprio, quanto più la fotografia di un attimo e di una possibilità, per usare le parole di un altro amico, scrittore in erba.
Tre giovani amiche a un bivio delle loro vite: quando sembra non esserci niente, quando si è circondati dal nulla… come cambiare la propria sorte? È possibile? E quanto coraggio richiede?
Who are you: a borrowed dream or a superstar…?*
- Mademoiselle, posso farvi un ritratto? –
Léa scosse la testa e si allontanò con passo veloce dall’uomo che l’aveva appena fermata. Le cuffie le avevano impedito di sentire le sue parole, ma la ragazza poteva immaginarle: il blocco di fogli in mano, il pezzo di carboncino che ormai aveva annerito anche le sue dita, l’aria trasognata tipica dell’artista di strada.
Passava pressoché ogni giorno per Place de Tartre. Indifferente alla moltitudine di turisti, sempre diversi, che le camminavano accanto, a quel loro strascicato francese, alla loro meraviglia di fronte ai dipinti degli artisti.
Era stanca di quella strada. Era stanca di quegli uomini e donne che si affannavano ogni giorno alla ricerca di una persona con un bel viso, o semplicemente di una che si lasciasse convincere che il suo lo fosse, per esprimere la loro arte e guadagnare qualche quattrino.
Era stanca della sua vita. Senza prospettive, senza scopo, senza un briciolo di autostima.
Ascoltava quella musica, quella voce che le domandava ogni volta che Léa ricapitava sulla stessa canzone: “Do you even know who you are? A borrowed dream or a superstar?
Do you even know who you are? A raising dream or a fallen star?”
E lei avrebbe voluto gridare a squarciagola, come faceva la cantante, il suo estremo disagio; tutte quelle speranze e quei sogni che gli altri tentavano a ogni occasione di rubarle; tutta la rabbia che provava per gli esseri umani, per quella indifferente società che l’aveva portata a odiarsi.
Una lacrima le scese furtiva lungo la guancia. Si era ripromessa che non avrebbe più pianto. Si era ripromessa che non avrebbe più sofferto. Non si sarebbe più sentita così sola: ora c’era lui, c’era la sua musica, c’erano i sogni che lui le aveva prestato.
Christine affrettò il passo. Non faceva molto freddo nonostante fosse ancora inverno e i giardini delle Tuileries non fossero mai stati più spogli e desolati. Eppure lei si sentiva gelare dentro. Lui non poteva essere lì ad abbracciarla, a dirle che tutto sarebbe andato bene. Lui non poteva e forse un giorno sarebbe persino tornato a riprendersi tutti quei sogni. Se solo fosse stato un po’ più reale.
Forse lei sarebbe riuscita nuovamente a credere negli altri; forse la sua vita sarebbe stata un po’ meno degli altri.
La sera prima aveva parlato con Morgane, del più e del meno, come sempre. Oh, come avrebbe voluto fidarsi di lei, ma non poteva. Morgane era troppo reale, lei avrebbe nuovamente potuto spezzarle il cuore.
Christine alzò il viso e lasciò che il leggero vento glielo asciugasse definitivamente, le donasse un po’ di sollievo, come se quel tocco fosse stata una sua carezza.
E mentre la sua mente riandava al suo ricordo le parole di una canzone che aveva ascoltato pochi minuti prima di uscire di casa le si formarono sulle labbra: “Is life good to you or is it bad? I can’t tell anymore…”
“I’m looking for a way to become the person that I dreamt of when I was sixteen…”
Morgane prese tra le mani la tazza di cioccolato caldo, se la portò alle labbra e la sorseggiò lentamente, sperando che il suo calore potesse in un qualche modo scaldare anche lei.
Da quella notte, quando aveva fatto quel sogno, non riusciva più a pensare a niente. Le era sembrato così vero: il suo sorriso, le sue parole.
La mattina dopo si era svegliata quasi aspettandosi di vederlo comparire dalla porta della stanza, il suo profumo così pungente e penetrante.
Ma nulla era cambiato, cosa si aspettava? Un miracolo? No, non poteva più aspettare niente, doveva mettersi all’opera, dovevano farlo tutte e tre perché le loro vite non fossero vane.
Morgane appoggiò la tazza sul tavolino e mescolò svogliatamente lo zucchero, intorno a lei persone che apparivano felici e soddisfatte. Di sicuro non era così, riflettè, ma come lei non poteva scorgere il loro disagio, gli altri non potevano e forse non avrebbero mai potuto scorgere il suo.
Finì la cioccolata e si alzò indossando la giacca. Per fortuna quell’inverno non sembrava così freddo. Pagò alla cassa e uscì dal café. Un venticello lieve l’accolse all’esterno. Era una bella giornata, la giornata ideale per parlare a Léa del suo progetto, del suo sogno.
E poi sarebbe toccato anche il momento di rivelarlo a Christine.
L’avrebbero considerata una pazza o avrebbero deciso di rischiare anche loro?
Le ultime note di una canzone all’interno del café risuonarono nell’aria mentre Morgane si incamminava alla volta di MontMartre…
“I’m a lonely girl, I’ll tell a tale for you… Cuz I’m just tryin’ to make all my dreams come true…”
——
* I versi appartengono alla canzone Lonely girl di Pink
Crediti: photo by Shiningarden

Pubblicato da shiningardenracconta 

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