Che cosa mi mancherà di Parigi? Più di ogni altra cosa?
Più del profumo di una baguette fresca e del dolce sapore burroso dei croissant? Più delle caratteristiche scalinate parigine, dell’architettura e dei fornitissimi centri commerciali?
Di Parigi mi mancherà in assoluto e sopra ogni altra cosa il TRASPORTO PUBBLICO.
Mi mancherà la metro con le sue 16 linee che ti conducono ovunque e non ti fanno rimpiangere l’incapacità umana di creare il teletrasporto.
Mi mancheranno i treni, quei treni così simili ai nostri all’interno (chi avrà copiato chi?), ma puliti, puntuali e con orari di passaggio non superiori ai 15-30 minuti.
E mi mancheranno anche gli autobus anche se la metro mi ha permesso di non averne mai bisogno.
Il trasporto pubblico parigino, almeno quello che ho sperimentato io, è il sogno di ogni pendolare. Quasi un teletrasporto, ma senza tecnologia aliena, tutto made on earth.
Due settimane di peregrinazioni per la città, due settimane senza un ritardo, due guasti sulla linea della metro prontamente segnalati e riparati.
Non dico che a Parigi si viva un idillio, ma vivere in Italia ti porta spontaneamente ad amare qualsiasi città straniera che funzioni meglio della tua, nel mio caso la piccola, caotica e brontolona Torino.
Si torna in Italia e il giorno dopo è già giorno di rientri. Si risale sui soliti treni malandati, sporchi e in perenne ritardo. Sembrano tanti vecchietti a cui si voglia far correre la maratona a suon di frustrate. E i giovani di ultima generazione non sembrano migliori. Dev’essere un tarlo di famiglia o chissà.
I treni fanno quello che possono, arrancano nonostante gli acciacchi, i motori dimezzati e gli irriverenti vandali con i denti da latte che rompono i finestrini, fanno a pezzi i sedili, sporcano con le loro pedate e l’ignoranza quel poco di decente che sarebbe rimasto.
I ritardi sono governati da una mano misteriosa, di cui neppure i treni conoscono la provenienza: gli si dice di fermarsi e loro si fermano, anche in aperta campagna, in attesa del passaggio del nulla o di un semaforo difettoso. Nessuno lo sa con certezza, altrimenti che mano misteriosa sarebbe?!
Infine il treno sbuffando e imprecando arriva a destinazione: solo 5 minuti di ritardo? Incredibile!
Da queste parti 5 minuti sono accademici, ma guai a lamentarsi: a Torino siamo ancora fortunati, a Torino il trasporto pubblico funziona ancora, altrove gli italiani soffrono ben di più. Che bella fortuna!
Addio coincidenze, addio autobus che ci farebbero arrivare in orario in ufficio. Cantieri in stazione, cantieri fuori dalla stazione, cantieri per le strade: stiamo facendo tutto per voi, Torino è in movimento!
Bene, sono felice: mentre attendo il prossimo autobus che non arriva e le lancette dell’orologio scorrono inesorabili mi conforta il fatto che la mia città sia in movimento.
Forse questo renderà felice anche il mio capo quando non arriverò in orario e mi conteggerà il recupero: forse accetterà a mò di compensazione i 5 minuti di ritardo del mio treno, i 15 dell’autobus, il traffico caotico delle 9 di mattina e, soprattutto, il fatto che a Torino non siano ancora riusciti a finire la prima linea della metropolitana. O dite di no? 
Finalmente salgo sull’autobus, arranca anche lui per le strade cittadine, non è neppure uno di quelli ecologici ultima generazione, ma chisseneimporta se mi fa arrivare in orario? Su, veloce, dove sono le corsie preferenziali? E quel prepotente là davanti, con quella cavolo di auto-inquina-aria, vogliamo farlo togliere dalla “nostra” corsia?! Siamo noi i più grandi, nessuno dovrebbe sbarrarci la strada!
Ogni mattina è una corsa contro il tempo, il traffico, i ritardi, la disorganizzazione, i prepotenti, un sistema che non funziona. Ogni mattina risalgo su uno dei cari treni italiani e sospiro: quanto ritardo si accumulerà oggi? Non è pessimismo, è spirito di adattamento, è uno dei difetti di una cultura che ha perso vigore e senso civico.
Si dice che la mancanza di mezzi aguzzi l’ingegno e allora, chissà, messi alle strette da un trasporto pubblico penoso e male organizzato, potremmo proprio essere noi italiani a inventare il teletrasporto. Siamo o non siamo un popolo di inventori?!
Nel frattempo, ripenso a Parigi e mi cullo nel suo indelebile ricordo. E un po’ mi chiedo: ma l’Italia dove sta andando? Quale futuro sogna? Quale teme con maggior intensità? I suoi sogni e incubi, sono anche i nostri?
La citazione di oggi:
I treni sono uno dei termometri di un paese. Quelli francesi e spagnoli ormai viaggiano ad altissima velocità, quelli svizzeri e tedeschi arrivano con qualche minuto di anticipo. E quelli italiani? A volte mi sembrano il vecchietto nella cinquecento che imbocca l’autostrada e, sbigottito, commenta che tutti stanno andando contromano. – Laila Wadia, Internazionale

PS/ Vi consiglio di leggere l’articolo di Laila Wadia comparso su l’Internazione del 29 agosto 2008. L’autrice racconta in modo esemplare un amaro spaccato della società italiana mettendo in evidenza la pochezza di cui siamo vittime oggi noi italiani, giovani e adulti. Illuminante.