Solitudine vs socialità

Maggio 1, 2009

Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare lo stato di chi sta o vive solo, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.

Loneliness ha una connotazione negativa e indica un senso di isolamento. Si prova quando sentiamo che qualcosa – o qualcuno – manca nella nostra vita. Lo possiamo provare anche quando siamo in compagnia di altre persone, infatti non richiede una reale solitudine fisica.

Solitude, al contrario, indica lo stare da soli senza sentirsi soli. Ha un significato positivo e costruttivo che denota un impegno con se stessi. La solitudine è desiderabile ed è uno stato in cui ci si sente bene, in buona compagnia con se stessi.

Photo by Marta Favro - Shiningarden

Photo by Marta Favro

Purtroppo in italiano questa sfumatura si perde e spesso il termine solitudine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa.
Alcuni pensano che nessuno potrebbe coscientemente sceglierla: essere soli si trasforma quindi in una maledizione, una condizione da poveri sfigati.
Al liceo sono soli quelli che non fanno parte dei gruppi “in”, i cosiddetti nerd (anche qui la lingua inglese è più eloquente) che spesso sono le vittime preferite del bullismo o, nella migliore delle ipotesi, dell’indifferenza altrui.
Nell’età adulta, invece, la solitudine viene spesso associata agli anziani rimasti senza famiglia o “abbandonati” dai figli.

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E si ritorna… au revoir Paris

Settembre 13, 2008

Che cosa mi mancherà di Parigi? Più di ogni altra cosa?
Più del profumo di una baguette fresca e del dolce sapore burroso dei croissant? Più delle caratteristiche scalinate parigine, dell’architettura e dei fornitissimi centri commerciali?

Di Parigi mi mancherà in assoluto e sopra ogni altra cosa il TRASPORTO PUBBLICO.
Mi mancherà la metro con le sue 16 linee che ti conducono ovunque e non ti fanno rimpiangere l’incapacità umana di creare il teletrasporto.

Mi mancheranno i treni, quei treni così simili ai nostri all’interno (chi avrà copiato chi?), ma puliti, puntuali e con orari di passaggio non superiori ai 15-30 minuti.
E mi mancheranno anche gli autobus anche se la metro mi ha permesso di non averne mai bisogno.

Il trasporto pubblico parigino, almeno quello che ho sperimentato io, è il sogno di ogni pendolare. Quasi un teletrasporto, ma senza tecnologia aliena, tutto made on earth.
Due settimane di peregrinazioni per la città, due settimane senza un ritardo, due guasti sulla linea della metro prontamente segnalati e riparati.
Non dico che a Parigi si viva un idillio, ma vivere in Italia ti porta spontaneamente ad amare qualsiasi città straniera che funzioni meglio della tua, nel mio caso la piccola, caotica e brontolona Torino.

Si torna in Italia e il giorno dopo è già giorno di rientri. Si risale sui soliti treni malandati, sporchi e in perenne ritardo. Sembrano tanti vecchietti a cui si voglia far correre la maratona a suon di frustrate. E i giovani di ultima generazione non sembrano migliori. Dev’essere un tarlo di famiglia o chissà.
I treni fanno quello che possono, arrancano nonostante gli acciacchi, i motori dimezzati e gli irriverenti vandali con i denti da latte che rompono i finestrini, fanno a pezzi i sedili, sporcano con le loro pedate e l’ignoranza quel poco di decente che sarebbe rimasto.

I ritardi sono governati da una mano misteriosa, di cui neppure i treni conoscono la provenienza: gli si dice di fermarsi e loro si fermano, anche in aperta campagna, in attesa del passaggio del nulla o di un semaforo difettoso. Nessuno lo sa con certezza, altrimenti che mano misteriosa sarebbe?!

Infine il treno sbuffando e imprecando arriva a destinazione: solo 5 minuti di ritardo? Incredibile!
Da queste parti 5 minuti sono accademici, ma guai a lamentarsi: a Torino siamo ancora fortunati, a Torino il trasporto pubblico funziona ancora, altrove gli italiani soffrono ben di più. Che bella fortuna!

Addio coincidenze, addio autobus che ci farebbero arrivare in orario in ufficio. Cantieri in stazione, cantieri fuori dalla stazione, cantieri per le strade: stiamo facendo tutto per voi, Torino è in movimento!

Bene, sono felice: mentre attendo il prossimo autobus che non arriva e le lancette dell’orologio scorrono inesorabili mi conforta il fatto che la mia città sia in movimento.
Forse questo renderà felice anche il mio capo quando non arriverò in orario e mi conteggerà il recupero: forse accetterà a mò di compensazione i 5 minuti di ritardo del mio treno, i 15 dell’autobus, il traffico caotico delle 9 di mattina e, soprattutto, il fatto che a Torino non siano ancora riusciti a finire la prima linea della metropolitana. O dite di no? :(

Finalmente salgo sull’autobus, arranca anche lui per le strade cittadine, non è neppure uno di quelli ecologici ultima generazione, ma chisseneimporta se mi fa arrivare in orario? Su, veloce, dove sono le corsie preferenziali? E quel prepotente là davanti, con quella cavolo di auto-inquina-aria, vogliamo farlo togliere dalla “nostra” corsia?! Siamo noi i più grandi, nessuno dovrebbe sbarrarci la strada!

Ogni mattina è una corsa contro il tempo, il traffico, i ritardi, la disorganizzazione, i prepotenti, un sistema che non funziona. Ogni mattina risalgo su uno dei cari treni italiani e sospiro: quanto ritardo si accumulerà oggi? Non è pessimismo, è spirito di adattamento, è uno dei difetti di una cultura che ha perso vigore e senso civico.

Si dice che la mancanza di mezzi aguzzi l’ingegno e allora, chissà, messi alle strette da un trasporto pubblico penoso e male organizzato, potremmo proprio essere noi italiani a inventare il teletrasporto. Siamo o non siamo un popolo di inventori?!

Nel frattempo, ripenso a Parigi e mi cullo nel suo indelebile ricordo. E un po’ mi chiedo: ma l’Italia dove sta andando? Quale futuro sogna? Quale teme con maggior intensità? I suoi sogni e incubi, sono anche i nostri?

La citazione di oggi:

I treni sono uno dei termometri di un paese. Quelli francesi e spagnoli ormai viaggiano ad altissima velocità, quelli svizzeri e tedeschi arrivano con qualche minuto di anticipo. E quelli italiani? A volte mi sembrano il vecchietto nella cinquecento che imbocca l’autostrada e, sbigottito, commenta che tutti stanno andando contromano. – Laila Wadia, Internazionale

PS/ Vi consiglio di leggere l’articolo di Laila Wadia comparso su l’Internazione del 29 agosto 2008. L’autrice racconta in modo esemplare un amaro spaccato della società italiana mettendo in evidenza la pochezza di cui siamo vittime oggi noi italiani, giovani e adulti. Illuminante.


Sull’Italia

Giugno 2, 2008

Photo by Shiningarden

 

L’Italia non se la passa bene. L’antica culla degli artisti sta assumendo i contorni di un rifugio per disperati. Del Nord e del Sud. Per gli italiani e per chi aveva finora creduto nel sogno italiano.
“Ci rimane forse un’alternativa?”, mi chiedono gli amici più intraprendenti e ambiziosi. Andersene, mi dicono. In Francia, in Spagna, da qualsiasi altra parte per non rimanere invischiati in questo pantano. “Siamo troppo arretrati. Quale futuro possiamo aspettarci qui?”

A diciotto anni ero convinta di emigrare. Volevo andare in Australia. L’Italia non mi piaceva e non c’era nessun motivo per cui, mi dicevo, valesse la pena rimanere. Ero un’idealista e non avevo paura. Poi conobbi un’australiana che mi disse: “Qui non è facile, mi piacerebbe andare in Giappone. Sto imparando la lingua.” Qui non è facile.

Andarsene è il sogno che ci accomuna. Emigrare e trovare condizioni di vita migliori. Lasciare il proprio paese perché non offre prospettive se non quelle di soffocare nelle sabbie mobili.
Immobilità. Disorganizzazione. Corruzione. Criminalità. Chi vorrebbe vivere in un paese il cui futuro sembra determinato da queste quattro calamità innaturali?
E come sopravvivere se non è possibile partire? Qual è il limite oltre il quale la frustrazione diventa rancore? E dal rancore si passa all’odio? E l’odio si trasforma in follia collettiva?

Oggi la violenza si divide in due grandi correnti: la violenza del prepotente e la violenza dell’oppresso. La prima appartiene a chi utilizza la forza per ottenere un vantaggio personale, anche temporaneo, la seconda, invece, è la violenza di chi ha bisogno di un capro espiatorio per sentirsi meno impotente di fronte alle ingiustizie.
Così, può capitare che la violenza del primo diventi una giustificazione per la violenza del secondo che spesso colpisce alla cieca ed è inconsapevole delle conseguenze.

È questo il futuro che ha scelto per sé l’Italia? La logica del ferro e del fuoco per risolvere i problemi?
Fermiamoci un attimo a riflettere e proviamo anche noi a rispondere alla semplice domanda che il commissario europeo per la Romania, Leonard Orban, ha posto alla giornalista Gabriela Preda: “Come si vive in realtà in Italia?
Prima di puntare il dito sulla diversità, proviamo a osservare le nostre difficoltà quotidiane. Da dove nascono veramente?

“Quali sono i motivi di disagio più comuni, al di là di quelli legati all’immigrazione?”
Variano a seconda dell’età, delle esigenze e del contesto che si vive ogni giorno, ma scommetto che dipendono in minima parte da quegli altri che oggi sembrano essere diventati il capro espiatorio di tutti i mali italiani.

Vogliamo parlare dei trasporti pubblici, in particolare delle ferrovie che sono in rosso da anni e che non considerano un treno soppresso un disservizio?
Vogliamo parlare dei contratti di lavoro che obbligano noi giovani a posticipare a data da destinarsi il sogno di una vita indipendente e di una famiglia?
Vogliamo parlare del bullismo nelle scuole e dei programmi scolastici che sfornano giovani ignoranti e incapaci di sognare un futuro?
Vogliamo parlare del problema dei rifiuti e dell’energia, argomenti che ultimamente vanno di moda, e che nessun governo si è mai preso la briga di risolvere con programmi seri e lungimiranti?

I problemi non si risolvono “spostandoli da un’altra parte” o addossando la colpa della loro esistenza a qualcuno.
In Italia siamo vittime di una diffusa mentalità chiusa, gretta, affarista che non sa aprirsi al mondo e alle opportunità che la differenza offre.
Per questo gli italiani sono da stigmatizzare? Gli italiani sono i loro governi incapaci, la stampa monopolista e superficiale, i trasporti indebitati, gli studenti bulli, la criminalità organizzata e disorganizzata?
Questo è quello che oggi stiamo dicendo agli stranieri e quello che, ci siamo dimenticati, fu detto ai nostri nonni e bisnonni quando emigrarono: voi non siete persone con un’identità, siete l’altro, l’alterità a noi nemica.

Che spreco.

Mi piacerebbe che, un giorno, un giornalista straniero dipingesse l’Italia che i suoi occhi osservano come l’Islanda descritta da John Carlin. Mi piacerebbe che anche l’Italia fosse definita un grande patchwork con famiglie allargate, creative e con bambini felici che avranno l’opportunità di diventare adulti felici.
E forse basterebbe davvero poco. Forse, il destino di un paese e del suo popolo si racchiude in una semplice capacità: quella di saper prendere il meglio dalle altre culture e società.
I problemi fanno parte della vita, ma credere di risolverli con la violenza e la discriminazione è un vecchio modo di pensare che continua a ripresentarci gli stessi problemi in modo diversi.

La violenza non è una caratteristica che possiamo assegnare a un popolo o a un’etnia. La violenza è figlia dell’ignoranza e del pregiudizio e ne siamo tutti portatori insani. È una scelta ed è individuale, per quanto scomodo sia accettarlo.

La citazione di oggi:

La prima lezione che abbiamo appreso dalle democrazie occidentali, quando ci siamo messi al loro fianco, è che non esiste colpevolezza collettiva. Che in uno stato di diritto nessuno è colpevole per le abiezioni altrui. Che l’atto di associare una razza, una classe, un popolo, le propensioni sessuali e via dicendo a un crimine è un esecrabile principio nazista. Per quanto profondamente addolorata e traumatizzata da un crimine, una società che non sia ipocrita deve accettare che quel trauma le è stato provocato da un individuo, non certo da un’etnia o da un popolo. E che perfino quell’individuo merita di essere trattato da uomo e giudicato in base alle leggi che regolano il vivere civile. Altrimenti si arriva ad Auschwitz e a Guantanamo. – Mircea Cartarescu

E la consapevolezza:


Dal film Le Peuple Migrateur

Da leggere:

- Provo Vergona, articolo di Mircea Cartarescu pubblicato su Internazionale, 9 novembre 2007 (file doc | web)

- No wonder Iceland has the happiest people on earth, articolo di John Carlin pubblicato su www.guardian.co.uk

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Credits: photo by Shiningarden