Solitudine vs socialità

Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare lo stato di chi sta o vive solo, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.

Loneliness ha una connotazione negativa e indica un senso di isolamento. Si prova quando sentiamo che qualcosa – o qualcuno – manca nella nostra vita. Lo possiamo provare anche quando siamo in compagnia di altre persone, infatti non richiede una reale solitudine fisica.

Solitude, al contrario, indica lo stare da soli senza sentirsi soli. Ha un significato positivo e costruttivo che denota un impegno con se stessi. La solitudine è desiderabile ed è uno stato in cui ci si sente bene, in buona compagnia con se stessi.

Photo by Marta Favro - Shiningarden

Photo by Marta Favro

Purtroppo in italiano questa sfumatura si perde e spesso il termine solitudine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa.
Alcuni pensano che nessuno potrebbe coscientemente sceglierla: essere soli si trasforma quindi in una maledizione, una condizione da poveri sfigati.
Al liceo sono soli quelli che non fanno parte dei gruppi “in”, i cosiddetti nerd (anche qui la lingua inglese è più eloquente) che spesso sono le vittime preferite del bullismo o, nella migliore delle ipotesi, dell’indifferenza altrui.
Nell’età adulta, invece, la solitudine viene spesso associata agli anziani rimasti senza famiglia o “abbandonati” dai figli.


Se pensiamo a queste situazioni tipiche io stessa mi chiedo: chi potrebbe coscientemente scegliere la solitudine?! La risposta però sarebbe troppo scontata così come non è scontata la solitudine in un mondo interconnesso come quello di oggi.

Anche il più nerd degli studenti liceali può oggi considerarsi solo? Ci sono i social network, i blog, le chat, i forum… basta accendere il computer e il mondo là fuori si catapulta nella nostra stanza. È naturale che Internet diventi la nostra isola felice: pazienza se siamo finiti in una scuola di ignoranti, pazienza se non troviamo amici intorno a noi, Internet ce ne porta a frotte con un semplice clic. Questa la realtà che viviamo oggi: siamo sempre collegati, sempre connessi con qualcuno, sempre visibili. Ci trovate su Facebook, Twitter, Friendfeed e discutiamo con tutti di qualunque cosa.

In un mondo così interconnesso è ancora possibile “sentirsi soli”? È possibile apprezzare la solitudine? È socialmente accettabile preferire la solitudine alla compagnia degli altri in un mondo in cui la prima è diventata “evitabile”?

Il bisogno di solitudine viene spesso stigmatizzato nonostante la psicologia ci spieghi come la solitudine sia una caratteristica fondamentale e imprescindibile per il benessere dell’individuo.
È davvero salutare vivere esclusivamente in rapporto agli altri?
William Deresiewicz, professore di inglese a Yale, afferma: “La tecnologia ci sta portando via non solo l’intimità e la concentrazione, ma anche la capacità di stare soli.”
Nel suo articolo The end of Solitude (in italiano Addio solitudine pubblicato sulla rivista Internazionale), Deresiewicz discute sul ruolo che la solitudine ha ricoperto nella storia e spiega come ancora oggi sia un elemento importante per lo sviluppo personale.

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Solitudine non significa isolamento e perdita di contatto con la realtà che ci circonda, al contrario è un saper entrare in comunione con la parte più profonda di noi stessi per relazionarci in modo più sano con gli altri. Non saper affrontare la solitudine può trasformarsi in un incubo per chi sente il bisogno imperante di “stare con qualcuno”, che si tratti degli amici o di una persona d’amare.

Come si riscopre il piacere della solitudine? Staccando la spina per un po’, accantonando l’ansia di “perdersi gli ultimi aggiornamenti” e riconoscendo che anche noi stessi abbiamo bisogno di un’attenzione speciale.

Come reagiranno gli altri? Perderemo i nostri amici se sentiamo il bisogno di starcene per conto nostro? Ci considereranno degli asociali? È evidente: sì, capiterà. Per chi pensa che la solitudine sia qualcosa da disprezzare diventeremo un fenomeno da baraccone, qualcuno con qualche strana malattia! Scrive Deresiewicz: “La solitudine non è un’esperienza facile, e non è per tutti.”
Possiamo anche vivere escludendola dalla nostra vita per molto tempo, ma quando reclamerà a gran voce il suo spazio difficilmente riusciremo a far finta di niente.
Il prezzo della solitudine, afferma Deresiewicz, può essere quello dell’impopolarità. “La solitudine non è molto cortese. Thoureau* sapeva che i nostri amici potranno trovare sgradevole il nostro atteggiamento solitario. Per non parlare dell’offesa implicita nell’evitare la loro compagnia.”

È indispensabile a questo punto chiedersi: quali amici ci abbandonerebbero? Esiste un tipo di amicizia capace di sopravvivere alla solitudine? Discuterne esulerebbe troppo dall’argomento di questo post, quindi lascio a voi la risposta a queste domande. ;)

Cosa ne pensate? Può il desiderio di solitudine conciliarsi con l’amicizia? E con la socialità?
Come considerate la solitudine? Ne sentite il bisogno o preferite evitarla?

 

Per approfondire:
- The end of solitude, William Deresiewicz
- Solitude vs loneliness, Hara Estroff Marano

*Nel 1854 Henry David Thoureau scrisse un’opera in cui elogiò la solitudine, Walden

5 Risposte a “Solitudine vs socialità”

  1. Giacomo Dice:

    Ora ne ho la prova certa… tutto può accadere, ed ogni parvenza di inalienabile certezza essere messa in discussione. In qualsiasi momento, persino in quello più inaspettato, in piena notte davanti al PC quando a tutto si può pensare meno che rimanere piacevolmente folgorati da un post scritto da neanche hai la più vaga idea chi. Riflettendoci sopra quel tanto che basta, mi viene anche da sorriderci sopra. Il caso mi ha qui condotto da te, il caso ed un paio di click di troppo, puramente accidentali aggiungo, basti pensare che a monte altro non stavo cercando che qualche scialba informazione su di un aforisma ascoltato in radio.

    “L’utopia non è limitata da nessun obbligo di produrre risultati. La sua sola funzione è di consentire ai suoi adepti di condannare ciò che esiste in nome di ciò che non esiste.” (Jean-François Revel)

    Scrittore e Filosofo Francese… dalla grande capacità comunicativa e profondità d’animo… credo, azzardando senza ritegno nel buio più totale nel quale mi ritrovo per non averlo mai sentito nemmeno nominare. Vero, sto divagando… non è la mia imbarazzante ignoranza ad essere il fulcro della questione, lo è il tuo post, e più in generale questo tuo spazio.

    Assodato questo… una persona cerebralmente stabile non incapperebbe nell’errore di riaprire, dopo averla appena chiusa, la precedente parentesi sul come sia riuscito ad arrivato qui… non è poi così rilevante, ma sfiga ha voluto che alla tastiera ci sia io e non una di quelle persone, per cui, o te ne fai in fretta una ragione o smetti di andare avanti rimuovendo istantaneamente quel che precede e segue questa riga.

    Come ? Stai andando avanti ? Hai fegato… o tanta ma tanta pazienza… oppure ancora nulla da fare. Qualsiasi sia il motivo, buon proseguo. ;)

    Dunque, da lì è partita la ricerca, subito dopo, acquisita per esteso la frase, google mi ha reindirizzato su ( http://www.citazioni.tk/aforismi/tematica/utopia/ ) …la curiosità del momento mi catapultò su altre citazioni, in particolare una delle forse innumerevoli partorite e/o attribuite ad Albert Einstein:

    “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io.”

    E qui al punto di partenza, altro approfondimento, altro link. ( http://www.legaintroversi.it/is_Einstein.asp ) . A primo acchito non afferrai per quale strambo su quello spazio qualcuno ne parlasse, anzi, a dirla tutta, quel “Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi” mi portava per assurdo a dubitare della sua stessa serietà, quasi come fosse una associazione tanto inesistente quanto di dubbia ironia… eppure… pare esistere per davvero. O_O

    Non contento della già molta confusione e tante altre cose da scrutare, preso da un’inspiegabile furore cominciai ad aprire pagine su pagine sull’argomento… tutte pagine fagocitate e lette con vorace disattenzione… quasi tutte. Con la tua fu diverso. ( http://shiningarden.splinder.com/tag/introverso ) .

    Da lì, arrivare qui è stato facile, meno male che i battenti non li avevi chiusi definitivamente, e meno male che avevi messo il link a quello aperto dopo ! :D

    Eh si, il cerchio si chiude. Fine del commento ? Non sperarci. :P

    Naaaaaaa, non temere, sto per concludere, lo sai… lo vedi da te no ? Se proprio non riesci, aiutati magari con un paio di schiaffi e continua a procedere… se vale farlo ? Suonerà come darsi la zappa sui piedi ma… no. Perchè dico di no ? Ah già sei uno psicopatico… no, non sempre la risposta più ovvia è la più azzeccata, ma saprai già anche questo… il vero motivo per cui non hai veramente bisogno di continuare è che quel che segue è farina del tuo sacco, non mia… mi permetto di riutilizzare stralci di quel tuo post dato che rispecchiano pienamente quel che vorrei dire io in questo preciso momento. :)

    “Spesso visitiamo blog, leggiamo articoli, post, pensieri di persone a noi del tutto estranee e alle parole di qualcuno ci affezioniamo persino. È la misteriosa legge dell’attrazione a guidarci verso l’ignoto. E ogni tanto l’ignoto ci mostra un riflesso di noi stessi a dir poco sorprendente!”

    Se sono qui…

    “Molti pensano che gli introversi siano persone deboli, incapaci di relazionarsi con gli altri, li vogliono “aiutare” e li spronano “a tirare fuori il carattere”, a “buttarsi nella mischia”. Non capiscono che il carattere è qualcosa di personale e ci sono modi e modi per farsi valere ed esprimere se stessi.

    È una verità che ogni bambino introverso impara ben presto: la società non vuole persone introverse, non sa cosa farsene e così le incita a rinnegare il proprio carattere, i propri bisogni per altri che reputa migliori e più desiderabili.”

    Difficile non essere d’accordo…

    “Eppure basterebbe così poco per andare d’accordo! Se si prestasse attenzione si scoprirebbe che un introverso non è una persona che non parla, ma una persona che misura le parole, ne spende di meno rispetto ad un estroverso ed è un formidabile ascoltatore.”

    Sagge parole… e poi, misurarle non è ancora considerato reato, giusto ? xP

    “Se quest’ultimo, infatti, ascoltasse più attentamente i discorsi di un introverso capirebbe che la distanza che li separa non è un abisso e, forse, di fronte al silenzio smetterebbe di scappare inorridito.”

    [...] rivalutando completamente la persona che aveva di fronte giudicata sprezzantemente… e qualora non lo facesse, se tale idea avuta in precedenza, superficiale e biasimevole permanesse… forse l’abisso c’è davvero, ma a scappare inorriditi dovremmo essere noi, dinnanzi ad una mente così ristretta ed una visione dell’orizzonte così limitata, no ?!

    Uhm ? Chi io ? Modesto ? Si capisce… ù_ù

    Si stanno facendo quasi le 4:00 del mattino, meglio che non aggiunga altro, anche perchè, di essere, sin troppo ho scritto… ti saluto. E’ stato un piacere delirare qui da te. Alla prossima… ammesso che non mi acciuffi la neuro prima !! xDDDDD

  2. Giacomo Dice:

    Certo che sono proprio un fenomeno… non ho risposto agli interrogativi che hai posto… che poi erano quelli che ti avevano spinto ad affrontare l’argomento. E’ preoccupante accorgersene, ma forse lo è di più il fatto che mi diverta il preoccuparmi di essermene accorto. :D

    ( AMICI )

    Una persona estroversa può indicarne per se una grande cerchia, nella quale sono inclusi semplici conoscenti, amici di amici ( di amici => ecc ecc ) …non è escluso che possa persino inglobarci dei perfetti estranei nel suo “albo”. Per una persona introversa il discorso cambia, e non certo solo perchè, a priori, si debba dar per scontato che abbia scarsa vita sociale. L’introverso può avere anche molti contatti con altre persone ( vorrei però considerare solo i contatti “reali”, citare anche quelli virtuali potrebbe generare facili ed improduttivi equivoci ) ma… se poi non li “coltiva” adeguatamente, è più facile che sia lui a perderli, che loro ad abbandonare volontariamente lui. L’introverso per sua concezione sente molto meno il bisogno, la necessità di stare con altri per poter stare a suo agio… l’asociale ed il cinico non provano proprio nulla, per questo non dovrebbero essere confusi… questo dovrebbe poter bastare, ma così non è… dato che ad altri potrebbe sembrare che l’atteggiamento dell’introverso, possa affondare le sue radici nell’opportunismo… “si fa vivo solo quando gli va”, “gli avevo chiesto se voleva venire, mi ha risposto che preferiva di no, oggi” ed è uno dei principali motivi per cui, di fatto finisce assai facilmente con il presumere che siano gli altri ad averlo abbandonato, quando invece ha dato a quella possibilità una strada spianata per poter fare in modo che avvenisse.

    Quali amici ci abbandonerebbero ?

    Nella sostanza, alla domanda risponderei così: Tutti quelli che avevamo fino a quel punto considerato erroneamente “amici”. E’ una risposta dura, ma l’amicizia che intendo io, dovrebbe andare oltre… l’amico della persona introversa dovrebbe non prendersela troppo a male per qualche suo diniego o apparente scarsa presenza. Come tu stessa hai detto, l’introverso il più delle volte è un migliore ascoltare rispetto a chi non lo è… basterebbe che vi fosse chiarezza, laddove ci siano incomprensioni… chi mi conosce e ha bisogno di qualcuno con cui parlare, sa che con me può farlo, senza alcun secondo fine… ma anche questo alimenta un problema… l’incapacità di altri di poter contraccambiare in egual modo. E’ frustrante non riuscire ad essere d’aiuto ad una persona a noi cara… lo è ancora di più quanto questa non chiede aiuto a noi quando noi invece lo chiediamo a lui perchè di lui ci fidiamo… “forse non si fida di me abbastanza” “forse non mi considera suo amico, un amico con cui poter affrontare il problema” ( qualsiasi esso sia ) …insomma, come vedi, qualsiasi situazione può generare facilmente, ed attribuire tutta la colpa agli altri, lo si deve ammettere, è ingiusto e presuntuoso.

    La domanda potrebbe divenire: Come si dovrebbe fare per far si che gli amici non ci abbandonino ?

    Se si è introversi, la società ci grida di cambiare… ma la società sottovaluta quanto controproducente possa rivelarsi anche solo tentare di cambiare la nostra natura. Tutto sommato una soluzione in teoria c’è, gli amici della persona introversa devono semplicemente rassegnarsi all’idea di non poter avere con lui lo stesso tipo di rapporto che hanno con una persona estroversa… e l’introverso a sua volta deve semplicemente rassegnarsi al fatto che nel bene o nel male loro cercheranno sempre di essergli vicino, anche quando lui vorrebbe poter stare un attimo tra se e se. Nel caso in cui fosse proprio impossibile raggiungere tale compromesso… continuare a cercare di raggiungerlo, oppure trovare chi ci riesca.

    Io… si, della solitudine sento il bisogno, e non devo spiegarti a quale solitudine faccia riferimento… l’importante però è, per gli introversi, non considerarsi mai per questa loro predisposizione, migliori di chi non è come loro, lo stesso vale per gli estroversi. Chi siamo per dire che sia più giusto passare tempo con noi stessi che con gli altri ? Se lo diciamo, e lo pensiamo seriamente, è come se stessimo dicendo che gli estroversi agiscono in modo sbagliato, assurdo, o addirittura stupido… che poi sarebbe tale e quale a come loro, per la maggior parte considerano noi.

    PER NOI, è giusto passare tempo con noi stessi, quando lo vogliamo, quando ne sentiamo il bisogno, senza doverci per questo sentire cinici o asociali, così come PER LORO debba poter essere giusto passare tempo con gli altri quando lo vogliono, quando ne sentono il bisogno, senza doversi per questo sentire superficiali o stupidi. Introversi ed estroversi avranno sempre difficoltà ad interagire tra loro almeno fin quando entrambi riusciranno a non vedere nell’altro “patologie umane” che magari non hanno, non per ripetermi ancora, asocialità e cinismo verso i primi, superficialità e pochezza interiore nei secondi. Nel caso in cui le abbiano, l’introverso è qualcos’altro, così come l’estroverso, quindi tutto cambia.

    PS Leggo anchio Internazionale !!!!!!!!!!!!!!!!!!! :D

    • shiningardenracconta Dice:

      Ciao Giacomo,
      innanzitutto grazie per i commenti e poi, che dire, nella tua risposta hai praticamente scritto un nuovo post che integra “L’eterna lotta tra introversi ed estroversi” con “Solitudine vs Socialità”!

      Trovo le tue considerazioni molto acute e ti ringrazio di averle condivise qui perché altri lettori, introversi o estroversi che siano ;) , possano leggerle e magari trovarvi dei spunti interessanti per ulteriori riflessioni.

      Come in qualsiasi rapporto solitudine e socialità, persone introverse ed estroverse hanno bisogno di trovare un equilibrio che, proprio come scrivi anche tu, risiede nel rispetto dell’individualità dell’altra persona, anche quando molto diversa dalla nostra.

      Concordo su quanto dici in merito al fatto che non esista un “comportamento giusto e uno sbagliato”, ognuno dovrebbe sentirsi libero di esprimersi per quello che è nei limiti del rispetto del libero arbitrio altrui. E naturalmente la scelta di mostrarsi per la persona che si è implica anche l’assunzione della responsabilità che ne deriva e l’accettazione che inevitabilmente non è possibile piacere ed essere simpatici a tutti (un desiderio che non conosce frontiere caratteriali e ci accomuna tutti, volenti o nolenti).

      Un saluto,
      Lara

  3. Rossella Dice:

    Fino a prima di leggere l’articolo “Solitudine vs socialità”, pensavo anch’io che la ricerca di solitudine avesse un signifcato negativo.ma so che, nel mio caso, è frutto di una grande conquista: non avere paura di stare da sola con me stessa! questa necessità, secondo me, si acquisisce negli anni, quando cioè si comincia a ricercare il senso di ogni avvenimento e ci si chiede il perchè. Io sento, spesso, il bisogno di isolarmi per fare il punto della situazione e per ricaricare le batterie perchè, come “animali” sociali dobbiamo stare insieme agli altri, dunque abbiamo il dovere di relazionarci nel modo più costruttivo possibile. Vorrei dire a Giacomo che, in queste circostanze, qualche amico ti potrebbe abbandonare, ma la bravura sta in te spiegare il tuo bisogno.

    • shiningardenracconta Dice:

      Ciao Rossella,
      scusami se ti rispondo solo adesso ma ho avuto problemi con il pc ultimamente.
      Innanzitutto grazie per il messaggio e non posso che condividere il tuo pensiero: “La ricerca di solitudine è frutto di una grande conquista: non avere paura di stare da sola con me stessa!”
      E’ la stessa conclusione a cui sono giunta io dopo aver lottato per mesi contro questa necessità che sentivo sempre più intensamente. Alla fine ho scoperto che non solo la solitudine in alcuni casi ti rende più forte, ma ti può aiutare a relazionarti meglio con gli altri perché in primis ti insegna ad accettare te stessa e la tua ricerca interiore. Non tutti hanno il coraggio di avventurarsi nei luoghi più reconditi di loro stessi e chi ci riesce ne ricava sicuramente dei vantaggi sia personali sia relazionali.

      Un saluto e torna a trovarmi!
      Lara

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