Ultimamente si è parlato molto di “discriminazione” e “razzismo” sia in tv che sui giornali.
Due virus che si credevano tenuti sotto controllo grazie al miracoloso vaccino chiamato “progresso”, si sono invece risvegliati dando prova di una tenace resistenza.
Lo straniero, l’altro, il diverso: tanti nomi per indicare la stessa paura inconscia e distruttiva.
La stessa incapacità di relazionarsi in modo sano, di accettarsi e collaborare.
Leggo con una certa incredulità, tipica di chi è incapace di accettare le brutture dell’animo umano come dati di fatto, la lettera di una giovane donna e mamma sul suo blog.
Ho deciso di parlarne, anzi, di dedicarle un post perché ci sono alcuni limiti che neppure l’ignoranza dovrebbe superare. Perché certe frasi, certe parole non possono cadere nel silenzio, conficcarsi nella carne come una spina ed essere dimenticate. Perché non ci sono ferite peggiori di quelle che non possono rimarginarsi.
Chi ancora divide le persone tra normali e non normali è il primo portatore sano di quell’ignoranza che nessun progresso o sviluppo può debellare. Chi ancora cataloga, giudica e discrimina in base a supposizioni, preconcetti e pregiudizi è l’ultimo esemplare di un’umanità arrogante e malata di incoscienza.
Se è questo quello che può capitare a un innocente bambino di 4 anni, “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente”, allora capisco tante cose sulla società e su questo assurdo mondo. Capisco tante cose che non voglio in ogni caso rassegnarmi ad accettare.
Sarà irrazionale, insensato, diverso ma accettare un limite netto e distinto tra ciò che viene definito “normale” e ciò che viene etichettato “diverso dal normale” non è una strada percorribile, non per una società proiettata verso il futuro. Non per una società in cui persone razionali e responsabili vorrebbero vivere.
Ecco perché lettere come quelle che ho citato sopra sono importanti, anzi indispensabili: certe cose vanno dette, scritte, urlate se necessario. Non ci può essere spazio per il silenzio, se non per quello di chi, pronunciate parole ghettizzanti, si è infine reso conto del loro vergognoso significato.




