Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte
Da avere a essere: il lato oscuro
«Senza sforzarsi di essere disponibili ad affrontare il dolore e l’angoscia, è impensabile di poter crescere.»
Sono fuggita per anni: correvo e correvo da una situazione all’altra per impedire sia a me sia agli altri di abituarsi alla reciproca presenza.
Alle volte mi capitava perché non mi sentivo a mio agio con certe persone, ma non ne sapevo spiegare il motivo; altre volte perché sentivo sempre incombere su di me l’abbandono. Fuggivo dal dolore e dall’angoscia che però mi seguivano come un’ombra rimanendo tenacemente al mio fianco.
«Se sono incapace di analizzare gli aspetti oscuri della società in cui vivo, non posso neanche sapere chi sono, perché non so in che senso io non sono io.»
Quando capii che avevo bisogno di una direzione, di sentire che stavo andando da qualche parte, capii anche che ero inevitabilmente costretta a fermarmi.
Così mi fermai e mi ritrovai faccia a faccia con il mio passato. Cercai di comprenderlo, di accettare l’ombra da cui ero sempre fuggita.
In quel momento non capii che stavo innescando un meccanismo e che quel meccanismo mi avrebbe portata qui, al presente che vivo oggi.
La verità è che alcune decisioni le prendiamo senza sentirne le immediate conseguenze. A me quella decisione mostrò una direzione che altrimenti non sarei mai stata in grado di vedere, fece conoscere persone senza le quali oggi la mia vita non potrebbe essere la stessa e, naturalmente, portò altro dolore, ma questa volta profondamente diverso.
Oggi so che alcune persone le fuggiamo perché non siamo in grado di comprenderle e, soprattutto, di gestire un qualsiasi tipo di relazione con loro. Da altre ci sentiamo attratte perché percepiamo che qualcosa ci lega, può essere il carattere, gli interessi, il modo di guardare alla vita.
Alle volte ci sentiamo attratti dalla persone che ci fuggono, altre volte noi stessi fuggiamo da persone che ci hanno dimostrato il loro interesse. Non è una risposta “sana”, è una reazione e tutto quello che possiamo fare per non subirla è cercare di comprenderla.
Perché anche fuggendo, alcune cose ce le porteremo inevitabilmente dietro o, come si dice, alcuni ponti non riusciremo mai a bruciarli.
Per quale motivo alcune relazioni ci appaiono così difficili da gestire? Possiamo pensare che è colpa degli altri, perché sono “persone difficili” o possiamo pensare che è colpa nostra perché siamo “persone inadeguate”, ma chissà, forse non c’è nessuna colpa, c’è solo un sentimento, un’impreparazione.
Forse ci sentiamo impreparati ad affrontare gli altri e molto probabilmente questo ci capita perché siamo impreparati a capire noi stessi.
Come dice Fromm:
« …anche l’individuo che non sia completamente alienato, che abbia cioè conservato integre la propria sensibilità e capacità di sentire, che non abbia smarrito il senso della dignità personale, non sia ‘in vendita’, sappia condividere le sofferenze altrui, insomma sia rimasto una ‘persona’ e non si sia lasciato trasformare in una ‘cosa’, non può che sentirsi solo, impotente e isolato nella società odierna.
Non può fare a meno di mettere in dubbio se stesso e le proprie convinzioni, anzi persino la propria salute psichica, non può fare altro che soffrire, per quanto a volte sappia pur sempre provare contentezza e vedere il mondo con lucidità: facoltà queste che i suoi contemporanei cosiddetti ‘normali’ non possiedono più.
Così non è raro il caso che un individuo soffra di una nevrosi dovuta al fatto che egli vive da uomo sano (sane) in una società malata (insane), mentre nella nevrosi intesa in senso tradizionale, la persona malata (sick) cerca di adeguarsi a una società malata…»
Forse ci sentiamo persone sane in una società malata? Non la capiamo, non la accettiamo, ma ci dobbiamo vivere? Forse gli altri non sono che tangibili proiezioni di ciò che non ci piace e vorremmo cambiare, magari proprio in noi?
In questi anni mi sono sentita troppo spesso impotente e isolata. Avevo come l’impressione di continuare a correre dietro a persone che non ne volevano sapere di me. E poi un bel giorno, quando l’ultima goccia ha fatto traboccare il vaso (perché arriviamo sempre a toccare i nostri limiti) ho deciso di fermarmi.
In un certo senso ho come provato la sensazione che alcune persone fuggissero da me, ma fossero anche convinte che io le avrei sempre rincorse, che io ci sarei sempre stata. Alle volte ci capita di trattare male le persone a cui teniamo di più, ci sfoghiamo su di loro.
Io alla fine mi sono fermata, mi sono guardata intorno e ho scoperto di essere circondata da persone che mi stavano dimostrando il loro affetto, persone che non erano quelle che stavo rincorrendo.
Guardo ancora in direzione dell’orizzonte, ma ho smesso di correre. Non metto più in dubbio quello che provo, non voglio più soffrire senza capirne il motivo.
Però, ed è questa la verità, ho impiegato anni per guardare in faccia me stessa, per essere in grado di vedere che potenzialmente non sono mai stata sola.
Prossimo articolo: Da avere a essere: suggerimenti pratici
Articoli precedenti:
- Erich Fromm: una vita, un’arte
- Erich Fromm: una biografia
- L’arte di amare: amare è un’arte (I parte e II parte)
- L’arte di amare: la solitudine
- L’arte di amare: creare
- L’arte di amare: amore nel lavoro
- Fuga dalla libertà
- Fuga dalla libertà: comunicare
- Fuga dalla libertà: meccanismi di fuga
- Fuga dalla libertà: evitare la distruttività
- Da avere a essere
- Da avere a essere: parlare
- Da avere a essere: una società di sani
Bibliografia:
Le citazioni sono tratte da Da avere a essere, Erich Fromm, Oscar Mondadori (2003)