Posted by: shiningardenracconta | Febbraio 16, 2008

Erich Fromm - VI

Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte

L’arte di amare: creare

«Come potrebbe un uomo prigioniero nella ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa un’unica occasione di vivere, con speranze e delusioni, dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore
della solitudine e del nulla?»

»» Alle volte basta fermarsi, o è la vita stessa che ci obbliga a farlo. Io, dopo l’amara delusione in amore, mi fermai proprio davanti a questo libro.
Un momento che sento cruciale nella mia vita.
Tanto cruciale quanto il giorno in cui vidi quel ragazzo senza il quale non avrei provato lo stato d’animo che mi avvicinò al libro.

Le esperienze che viviamo ci mostrano l’unicità del percorso che stiamo compiendo. Sentirsi unici come individui non significa isolarsi dagli altri e non entrare più in comunione emotiva con loro. Tutt’altro! Col tempo e grazie al libro io riuscii a rielaborare i sentimenti che avevo provato per quel ragazzo e, beh, credo che alla fine, fui pronta per innamorarmi davvero.

«L’uomo si unisce col mondo nel processo di creazione.»

Chiusa quella storia non ne volevo più sapere di guardare altri ragazzi e ricadere nella stessa ragnatela, ero stata troppo male e nonostante la ferita si fosse ormai cicatrizzata, ogni tanto la sentivo ancora pulsare.

Ma se puoi scegliere di amare oppure no, non puoi scegliere di provare dei sentimenti verso qualcuno oppure no.
Dopo aver notato una persona puoi anche dirti che non ne vale la pena, che non sei ancora pronta, che hai già sofferto una volta e niente ti fa supporre che non ti capiterà di nuovo, ma sono solo pensieri. La mente va da una parte, il cuore da un’altra.
Io optai per la direzione della mente impreparata alle conseguenze.

Nonostante avessi deciso di ignorare quel nuovo sentimento mi ritrovai col profondo desiderio di creare, di scrivere, cantare, parlare ed ascoltare gli altri. In poche parole: mi aprii al mondo.
Non ero di buon umore (di quel buon umore che di solito si attribuisce ad una persona innamorata, in quanto io non ero innamorata), eppure mi sentivo in comunione con la vita che mi circondava.
Litigavo di meno con i miei, ero più propensa a non sputare giudizi e ad ascoltare i miei amici, mi sentivo estremamente creativa, anche nelle cose più piccole.

«…l’amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità.»

Ero pronta per amare qualcuno? No, non lo ero ancora, ma potevo capire se avevo mai amato veramente qualcuno prima di quel momento. Amare non dovrebbe essere un verbo usato prevalentemente per il proprio patner, ma anche per i genitori, fratelli e sorelle, nonni, amici, conoscenti, animali… per il mondo intero insomma.

Leggendo quella frase inciampai pressoché subito, sulla terza parola importante: unione. Finora avevo sempre preservato la mia integrità, ossia la mia individualità (credendo di averne una), ma non mi ero mai sentita particolarmente legata a nessuno.
Per quale motivo? Beh, credo sia semplice rispondere: il mio amore non era maturo.

«Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere.»

Alcune persone, già in passato, mi avevano fatto desiderare di dare loro qualcosa, di condividere, di non trattenere a me. E in seguito altre mi fecero capire l’importanza del saper ricevere.
Dare e ricevere: i due piatti di una bilancia che avrebbero portato equilibrio alla mia vita, alle mie relazioni sociali e al mio amore.

«Se amate senza suscitare amore, vale a dire, se il vostro amore non produce amore, se attraverso l’espressione di vita di persona amante voi non diventate una persona amata, allora il vostro amore è impotente, è sfortunato.»

Ci è stato insegnato ad amare? Ci hanno detto che cosa significa amare? Sacrilegio! Nessuno dovrebbe poter insegnare qualcosa sull’amore, né tanto meno dirci che cosa significa!
Lo pensate davvero? Io lo credevo, ma se mi guardo intorno vedo solo persone incapaci di amare se non in modo rozzo e superficiale. Io stessa ne sono l’esempio vivente.

Amavo i miei genitori? Sì, certo, avrei detto. Suscitavo il loro amore? Sì, certo, avrei risposto. Ma l’amore che diamo e quello che riceviamo ci permette davvero di non sentirci rifiutati o feriti da quelle stesse persone?
Non è che non siamo amati, ma spesso lo siamo di un amore che non ci aiuta a crescere, ci permette solo di continuare a vivere.

«Amore è interesse attivo per la vita e la crescita
di ciò che amiamo.
Là dove manca questo interesse, non esiste amore.»

Ora mi rendo conto che non ho mai amato veramente nulla nella mia vita. Provavo affetto, volevo bene (nel senso che speravo il bene per le persone a cui tenevo), ma poi li lasciavo a loro stessi. Io vivevo la mia vita e loro vivevano la loro.

Non c’era un interesse attivo da parte mia, non pensavo alla loro crescita come a qualcosa in cui avrei potuto influire.
Non vedevo negli altri un sincero interesse per la mia vita, perché, quindi, avrei dovuto provarne per la loro?

Ero convita di essere l’unica a capire i miei veri bisogni.
Per gli altri c’era sempre un “modo diverso”: una diversa scuola da frequentare, diversi interessi da coltivare, diversi pensieri a cui pensare, un diverso carattere da dimostrare…

Prossimo articolo: L’arte di amare: amore nel lavoro
Articoli precedenti:
- Erich Fromm: una vita, un’arte
- Erich Fromm: una biografia
- L’arte di amare: amare è un’arte (I parte e II parte)
- L’arte di amare: la solitudine

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