Cara Jane, in attesa di un futuro

Jane Austen è un pilastro della letteratura inglese. Che se ne parli bene o male, che piaccia o meno nessuno osa spodestarla da un trono che le è stato conferito per il suo indubbio talento di scrittrice.

Jane Austen è morta nel 1817 per una grave malattia. Aveva 42 anni. Virginia Wolf, sua grande ammiratrice e altro riconosciuto pilastro della letteratura inglese, morì suicida nel 1941. Aveva 59 anni.

Credendo in un’ipotetica teoria sulla reincarnazione, mi piacerebbe vederle reincarnate entrambe in giovani trentenni del XXI secolo, ancora armate di penna e di amore per le parole.

Me le immagino donne moderne, acute osservatrici di un mondo che pensavano di essersi lasciate alle spalle.
Quale sorpresa per Jane scoprire di ritrovare intatti e pressoché immutati gli eleganti pregiudizi dell’Ottocento, e quale per Virginia accorgersi di non sentirsi per nulla spaesata di fronte alla peculiarità della società contemporanea!
Cosa potrebbero domandarsi se non: “E dunque? Quali sono i cambiamenti?”

Nessun cambiamento, nessuna novità degna di nota. Leggiamo i giornali, ascoltiamo le notizie in TV, ci guardiamo vivere ogni giorno ed è semplice rendersi conto che gli uomini hanno delegato tutta l’idea di progresso ad una ragione priva di fantasia.

Leggiamo gli stessi libri, stesse trame di stesse storie, ascoltiamo le stesse canzoni, stesse parole di stesse melodie, ci ritroviamo a vivere gli stessi problemi con le stesse reazioni e ci chiediamo: “Perché non cambia mai?”

Diciamo le stesse cose da secoli. Gridiamo lo stesso dolore e sogniamo lo stesso mondo migliore che non arriva o, se vogliamo essere ottimisti, tarda ad arrivare.

Cara Jane, cara Virginia,
come descrivereste la società del 2007? Quali storie inventereste e quali saggi scrivereste?
Come dipingerebbe la realtà il vostro occhio critico e vivace?
Come vi sentireste imprigionate in un corpo che si crede libero, in una mente che vuole spaziare e in una società che conferisce a entrambi l’apparente diritto a esprimersi?
Come vi comportereste di fronte a certe evidenti manifestazioni di eccezionale intelligenza poco incline al ragionamento, come forse le avreste definite voi?
Vorrei tanto conoscere la vostra opinione! Leggere nuove storie, nuovi saggi e ridere di questa società che esalta e discrimina, ammalia e annienta.

Vorrei immergermi in un romanzo come Persuasione, essere una novella Anne Elliot o un’Elisabeth Bennet per qualche ora. Vorrei gustarmi il mio lieto fine letterario e non desiderarne un altro dopo aver riposto il libro sul comodino. Perché desiderare la fine di qualcosa se ci stiamo divertendo nel viverla?

Forse ai nostri pronipoti andrà meglio. Forse nell’Italia del futuro quando decideranno di usare la bicicletta avranno piste ciclabili riservate sia in città che in provincia. Forse non rischieranno di venir investiti su una qualsiasi anonima statale priva di illuminazione non appena scende la sera.
Forse si saranno liberati da stereotipi, pregiudizi, discriminazioni e non si accontenteranno del meno peggio per tutte le questioni importanti della loro vita.
Forse saranno scrittori, musicisti, artisti migliori. Forse saranno cittadini migliori.
Forse Jane e Virginia saranno ricordate con affetto e potranno finalmente riposare in pace. In quel lontano futuro la loro stanca penna avrà smesso di scrivere e le loro parole si imprimeranno in un passato da lasciar andare.

I nostri pronipoti si vanteranno: “Siamo cambiati, siamo diversi, gente! Ci sono nuove notizie, nuove storie, nuove canzoni, nuove idee. Ci sono nuove persone che progrediscono con fantasia.”

Jane, Virginia, abbiate pazienza. Purtroppo noi stanchi contemporanei vi romperemo le scatole ancora per un po’. Ma non rassegnatevi. Finché ci sarà fantasia ci sarà speranza, anche per voi di riposare finalmente in pace nella rasserenante convinzione di non essere vissute invano. Vissute non una, ma dieci, cento, mille volte in storie e idee a cui ancora sentiamo il bisogno di aggrapparci perché non ce ne sono né di nuove né di confortanti.

Abbiate fiducia. A noi non manca di certo! È la nostra dolce maledizione.

Le grandi persone sono destinate
a passare inosservate tra le generazioni
presenti, ma verranno ricordate
come un esempio da quelle future.

 

  

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