Solitudine vs socialità

Maggio 1, 2009

Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare lo stato di chi sta o vive solo, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.

Loneliness ha una connotazione negativa e indica un senso di isolamento. Si prova quando sentiamo che qualcosa – o qualcuno – manca nella nostra vita. Lo possiamo provare anche quando siamo in compagnia di altre persone, infatti non richiede una reale solitudine fisica.

Solitude, al contrario, indica lo stare da soli senza sentirsi soli. Ha un significato positivo e costruttivo che denota un impegno con se stessi. La solitudine è desiderabile ed è uno stato in cui ci si sente bene, in buona compagnia con se stessi.

Photo by Marta Favro - Shiningarden

Photo by Marta Favro

Purtroppo in italiano questa sfumatura si perde e spesso il termine solitudine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa.
Alcuni pensano che nessuno potrebbe coscientemente sceglierla: essere soli si trasforma quindi in una maledizione, una condizione da poveri sfigati.
Al liceo sono soli quelli che non fanno parte dei gruppi “in”, i cosiddetti nerd (anche qui la lingua inglese è più eloquente) che spesso sono le vittime preferite del bullismo o, nella migliore delle ipotesi, dell’indifferenza altrui.
Nell’età adulta, invece, la solitudine viene spesso associata agli anziani rimasti senza famiglia o “abbandonati” dai figli.

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Fuggire, lottare o nascondersi?

Aprile 29, 2009

Con questo post concludo l’analisi del libro Comment apprivoiser son crocodile di Catherine Aimelet-Périssol parlando di due reazioni opposte: la lotta e il ripiegamento su se stessi.
Se, come ho discusso nel precedente post, alcuni di fronte alla paura reagiscono fuggendo, altri posso optare al contrario per la lotta o per una sorta di invisibilità temporanea.

La lotta come reazione alla paura

Scegliere di lottare significa ribellarsi alla propria mancanza d’identità.
Spesso capita di non riconoscersi come individui, e di non essere riconosciuti come tali dagli altri, questo genera un’aggressività latente, un senso di frustrazione a cui reagiamo digrignando i denti e preparandoci ad attaccare il nostro avversario.

Conoscete qualcuno che nelle situazioni di stress reagisce con rabbia, è sempre in movimento e ha opinioni ferme e inamovibili? Bene, potreste trovarvi di fronte ai sintomi di una reazione difensiva basata sulla lotta. Chi vi sta di fronte, o chissà forse proprio voi stessi, si sente minacciato e sta semplicemente proteggendo la sua identità. O così pensa.

La funzione della lotta è quella di distinguersi: ci siamo noi e l’altro, o meglio gli altri.
Vincere, ottenere, realizzare qualcosa significa esistere per chi attua questo tipo di reazione. L’emozione principale è una tensione, un’aggressività che viene spesso interpretata come stress.
La fuga non è concepibile perché non lo è la sconfitta: la posta in gioco è un’identità da riconquistare… ad ogni nuova battaglia.

Il ripiegamento su se stessi

Il terzo e ultimo tipo di reazione è molto frequente in natura e i suoi migliori rappresentanti sono gli animali che si mimetizzano, come il camaleonte.
La reazione si innesca nell’individuo quando si presenta qualcosa che minaccia la sua integrità d’essere. Questa reazione, infatti, esprime il bisogno di sentirsi reali, di realizzarsi e di sentirsi compiuti.

Il motto di una persona che si ripiega su se stessa potrebbe essere: “Non visto, non catturato, non mangiato, ancora vivo!”
La reazione, infatti, porta l’individuo a nascondersi, a mimetizzarsi con l’ambiente esterno, a “cancellarsi” con l’obiettivo di diventare invisibile agli occhi altrui. Passare inosservato diventa un imperativo categorico quando la fuga e la lotta non sono soluzioni attuabili.
Questo atteggiamento tende a salvaguardare l’essenza di sé attraverso una sorta di immobilità forzata e “inesistenza” temporanea.

Chi reagisce alla paura ripiegandosi su se stesso è costantemente affaticato e spesso svogliato. Ad un certo punto della sua vita l’individuo si è arreso alle difficoltà pensando di non essere all’altezza e che la vita fosse troppo complicata. In alcuni casi la reazione è evidente, in altri è sottile e lo priva giorno dopo giorno della voglia di fare.

Fuggire lottare o difendersi?

In conclusione, è possibile attuare anche due o tutti e tre i tipi di reazione ma ne sentiremo solo uno come una seconda pelle. Ed è a questa reazione dominante che dovremo prestare attenzione. Di fronte ad un pericolo dobbiamo chiederci: che cosa scatena la mia reazione?
In breve, se fuggiamo è il bisogno di sicurezza che sentiamo precario nella nostra vita; se lottiamo è il bisogno d’identità che ci pungola costantemente; se ci ripieghiamo su noi stessi è il bisogno di realtà d’essere a mancarci. In tutte e tre i casi, però, ci sarà un senso di mancanza latente che ci impedirà di essere sereni.
Catherine Aimelet-Périssol è partita da questo presupposto per scrivere il suo libro e analizzare il fenomeno del nostro “coccodrillo interiore”.
Esiste una soluzione? Sì, certo e parte dal presupposto che noi siamo efficaci e abbiamo a disposizione tutto il necessario per prenderci cura di noi stessi, senza aspettare gli altri. Perché gli altri non possono riempire un vuoto che sentiamo solo noi.

La parola d’ordine è nutrire: nutrire i nostri bisogni, nutrire la nostra sicurezza, la nostra identità e la realtà d’essere. Dobbiamo riappropriarci dei nostri spazi, spiega Aimelet-Périssol, perché le relazioni con gli altri sono condizionate dalla percezione che abbiamo di noi e dalle reazioni che ne scaturiscono.

Vi siete riconosciuti nelle reazioni difensive descritte? Di fronte ad un pericolo, reale o presunto, tendete a scappare, a lottare o a mimetizzarvi?

Per saperne di più: Comment apprivoiser son crocodile, Catherine Aimelet-Périssol, ed. Pocket Évolution

Articoli correlati:
- Un coccodrillo per amico
- Il bisogno di sicurezza

Per approfondire:
- Catherine Aimelet-Périssol parla del suo libro (in francese)
- Il tema del mese: il coccodrillo, 2, 3 (in francese)


Il bisogno di sicurezza

Marzo 30, 2009

I bisogni esistenziali sono all’origine delle nostra motivazione: se non vengono soddisfatti per inerzia o incapacità generano frustrazione e una sensazione di mancanza.

Bere, mangiare, dormire, riprodursi… i nostri bisogni non si fermano qui, altri 3 sono altrettanto importanti per assicurarci il benessere:

  • il bisogno di sicurezza
  • il bisogno di identità
  • il bisogno della realtà d’essere

Come scrive Aimelet-Périssol, l’essere umano è mosso dalla sua aspirazione a sentirsi “integro”. La sicurezza, l’identità e la realtà d’essere sono le tre forme d’espressione di questo bisogno primordiale.

Il bisogno di sicurezza

Essere al sicuro significa “essere protetto dai pericoli”, il bisogno di sicurezza indica quindi la necessità di proteggersi e di creare o anche inventare il modo per favorire sempre la protezione di se stessi.

I valori fondamentali di questo bisogno sono l’affidabilità e la libertà.
Affidabilità significa potersi fidare di se stessi, di qualcuno o di qualcosa. Libertà è invece la possibilità di scelta che la sicurezza non può comunque togliere all’individuo. Sicurezza e libertà sono forze complementari a livello biologico: per poterci sentire “sicuri”, abbiamo bisogno di sentirci liberi di usare i mezzi a nostra disposizione, di muoverci e di esprimerci.

Mancanza di sicurezza

In uno stato di insicurezza proviamo paura. Quando il nostro bisogno di sicurezza è frustrato il coccodrillo percepisce il pericolo e scatta la reazione difensiva. La paura diventa fondamentale per preservare la vita.
L’impossibilità di assicurarci sicurezza e libertà minaccia la nostra integrità e dà il via a un’automatica reazione di difesa: la fuga.

Si fugge con le parole o con lo sguardo, si allontanano gli altri o ci si allontana da loro alla ricerca della sicurezza perduta. Tutti gli allarmi sono in azione e la vicinanza dell’altro potrebbe rappresentare un pericolo insopportabile all’incolumità del nostro essere. Evitare l’altro diventa quindi l’imperativo per sopravvivere.
La reazione di fuga è una strategia protettiva non cosciente che rivela una nostra resistenza, difficoltà o addirittura impossibilità reale di soddisfare coscientemente la nostra sicurezza. Questa autolimitazione non cosciente fa scattare un’esigenza imperativa ed esistenziale di sicurezza.

Per saperne di più:
Comment apprivoiser son crocodile, Catherine Aimelet-Périssol, ed. Pocket Évolution

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