Posted by: shiningardenracconta | Aprile 3, 2008

Murales mobili

Esprimere se stessi: i murales mobili africani

Art track
Credits foto: MikeBlyth

Qualche anno fa mi lasciai affascinare dall’arte dell’espressione personale. Che cosa voglio dire? Presi un pezzo di stoffa bianca, avanzata da precedenti approcci artistici, vi dipinsi una frase e con pazienza e incompetenza la cucii sulla mia borsa a tracolla.
Ai tempi frequentavo l’università e il mio pezzo di stoffa dipinto si guadagnò una discreta dose di sguardi incuriositi ed espressioni perplesse.

Che cosa recitava quel pezzo di stoffa?

Ad essere sinceri, non lo ricordo più. Era una citazione sulla musica, una frase trovata chissà dove e ora dimenticata. Qualche mese dopo era diventata parte integrante della mia borsa: me ne stancai, la scucii e la riposi da qualche parte. Un luogo che sto spronando la mia mente a ricordare.

Dipingere le proprie idee su stoffa

Era un gesto sovversivo? Un’idea eccentrica per mettermi in mostra? Una forma d’arte incompresa? Forse rappresentò tutte queste cose insieme e nessuna di loro.
Rimase un semplice pezzo di stoffa dipinto, cucito senza maestria, a cui avevo assegnato l’arduo compito di rappresentarmi. Ancora oggi non ne conosco le conseguenze, se ne ebbe.
Lo avevo quasi dimenticato del tutto prima di leggere l’articolo di Wole Soyinka, scrittore nigeriano, sull’arte africana di strada e su quelli che lui definisce “murales mobili”.

Arte impegnata o semplice arte di strada?

I “murales mobili” o miniature itineranti sono dei dipinti “sfrontati, grezzi, dai colori strani e vistosi”, opere di autodidatti che si possono ammirare in Africa e in America Latina.
Sono frasi dipinte, riflessioni di gente comune che esprime se stessa e le proprie idee.
“Spesso si tratta di proverbi, espressioni di saggezza popolare, battute tratte dalle fonti più disparate, strappate dal loro contesto originario”, scrive Soyinka mostrando a noi lettori occidentali un mondo per lo più sconosciuto.
Tali scritte si trovano sui grandi camion tipici dell’Africa, i trotros ganesi o i mammy-wagons nigeriani e secondo lo scrittore rappresentano una forma d’arte impegnata e sovversiva.

Una breve scritta dà voce a una vita intera

Tutti abbiamo una vaga idea della realtà che Soyinka tratteggia nel suo articolo: l’Africa è, nell’immaginario di chi la conosce solo attraverso le immagini di film o telegiornali, una terra di straordinaria bellezza e di ineguagliabile dolore. Ricca, strabiliante, sconvolgente, inebriante. Ma queste sono parole di chi la osserva da lontano e non rappresentano quelle di chi ci vive da sempre.
“Non c’è filo diretto con il paradiso”, “Chi mangia poco non muore”, “I giovani cresceranno”, “Nessuna condizione è permanente” recitano i “murales mobili” dipinti da sconosciuti che in una frase hanno dato voce alla loro vita, a un significato che muta per ognuno di noi.

Esprimere se stessi tra l’indifferenza

Che siano considerati arte sovversiva, tradizionale o mera espressione creativa, i “murales mobili” rappresentano una voce poco incline al silenzio. È la voce di chi desidera parlare e mostrare la propria verità: giusta o sbagliata che sia, non avrà il rimpianto di aver taciuto.

Ricordo che ai tempi la mia frase dipinta non riscosse molto successo, soprattutto tra i miei famigliari. “Cosa vuol dire?”, mi chiedevano. Mi ero persino meritata un “che stat” (in dialetto piemontese letteralmente “che stato” per indicare qualcosa che ci ha colpito in senso negativo, ossia “che brutta cosa!”). Diciamo che la mia “arte espressiva” non era stata capita. Ma forse, non è neppure importante che lo fosse.

Arte o meno, impegnata o meno, dalle mille interpretazioni e significati, l’arte di strada africana, come altre forme espressive non convenzionali, ci mostra il volto caparbio della natura umana che non si lascia ridurre al silenzio. In un modo o nell’altro, trova sempre lo spazio per esprimersi e non rinuncia a farlo con creatività, infischiandosene di etichette e convenzioni.
La stessa natura irrequieta si muove anche in voi? Vi piace esprimervi in modo non convenzionale? Come siete diventati i portavoce delle vostre idee e di voi stessi? O come lo vorreste diventare?

Lara

PS/ Or ora un lampo: mi sono ricordata del luogo misterioso e dell’antica frase.
La musica esprime ciò che non può essere detto, ma neanche taciuto. La citazione è di Victor Hugo.

Bibliografia:
- Wole Soyinka, Filosofia di strada, pubblicato su Internazionale del 14 marzo 2008

- Per leggere l’articolo originale in inglese: Wole Soyinka, Hot wheels, pubblicato su New Statesman

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 24, 2008

E. Fromm - XIII

Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte

Da avere a essere: parlare

«L’uomo moderno è massificato, in larga misura ’socializzato’,
ma sostanzialmente è un isolato.»

Negli scritti pubblicati in Da avere a essere si parla spesso del ruolo degli esseri umani all’interno della società, dei rapporti che li legano, dei loro sentimenti.

«Poiché si è estraniato dai suoi simili, [l'uomo moderno] si trova a fronteggiare un dilemma: egli teme il contatto troppo intimo con gli altri e nel contempo ha paura di rimanere isolato e di non avere rapporti interpersonali. La conversazione triviale assolve il compito di dare una risposta al seguente interrogativo: come posso rimanere solo senza sentirmi isolato? Il parlare diviene un’esigenza patologica.»

Qualche tempo fa parlai con una mia amica che aveva appena cominciato l’Università, mi confidò di essere un po’ delusa dalle persone che aveva incontrato: “Parlano sempre delle stesse cose: i corsi, i professori, le uscite il sabato sera. Io vorrei anche parlare d’altro…”
Capivo i suoi sentimenti e sapevo che, con un po’ di fortuna, avrebbe trovato delle persone diverse da quelle che le era capitato di incontrare fino a quel momento, a me era successo così.

L’Università è il tipico ambiente della conversazione triviale (come molti altri luoghi, del resto): potenzialmente puoi conoscere e conosci molte persone, ma sono poche o addirittura rare quelle con le quali riuscirai ad istaurare un rapporto appena più profondo.

Io stessa, al mio primo anno di Università, mi stupii della facilità con la quale conoscevo gente. Non ero mai stata una persona estroversa, al contrario, eppure, ad un corso, bastava voltarsi verso il proprio vicino, chiedergli una cosa semplicissima e il gioco era fatto.
Il giorno dopo ti rivedevi e ti salutavi. Credo che quel primo anno mi ritrovai a parlare con persone che, in circostanze diverse, non sarei mai neppure riuscita ad avvicinare. Parlavamo di tutto e di niente perché l’Università è un luogo di crocevia: ci rimani per un po’ di tempo e poi ognuno va per la sua strada.

«… mentre parlo so di esistere, so di essere qualcuno, di avere un passato, una professione, una famiglia. Mentre parlo di questi argomenti, ho la conferma della mia esistenza. A questo fine ho bisogno di qualcuno che mi ascolti. Se parlassi solo con me stesso, impazzirei. L’ascoltatore mi crea l’illusione del dialogo, mentre in realtà si tratta di un monologo.»

Prossimo articolo: Da avere a essere: una società di sani
Articoli precedenti:
- Erich Fromm: una vita, un’arte
- Erich Fromm: una biografia
- L’arte di amare: amare è un’arte (I parte e II parte)
- L’arte di amare: la solitudine
- L’arte di amare: creare
- L’arte di amare: amore nel lavoro
- Fuga dalla libertà
- Fuga dalla libertà: comunicare
- Fuga dalla libertà: meccanismi di fuga
- Fuga dalla libertà: evitare la distruttività
- Da avere a essere

Bibliografia:
Le citazioni sono tratte da Da avere a essere, Erich Fromm, Oscar Mondadori (2003)

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 24, 2008

E. Fromm - XII

Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte

Da avere a essere

»» Da avere a essere è il figlio di Avere o essere? che Erich Fromm pubblicò nel 1976. Di quell’opera redasse più capitoli di quanti ne vennero scelti per la pubblicazione, e alcuni degli scritti scartati furono poi raccolti in questo libro.

In Avere o essere? Fromm aveva analizzato due distinte modalità di esistenza: l’una basata sull’avere, l’altra sull’essere.
Nella società odierna, spiegava Fromm, la prevalenza della modalità esistenziale dell’avere ha determinato la situazione dell’uomo contemporaneo ridotto ad ingranaggio nella società, manipolato nei gusti, nelle opinioni e nei sentimenti.
Per contrastare questa modalità, Fromm parlò di “uno stile di vita basato sull’essere il quale prevede un’attività autenticamente produttiva e creativa”, capace di offrire all’individuo e alla società il vero sapore della vita.

In Da avere a essere Fromm si sofferma maggiormente “sui passi concreti che il singolo può intraprendere per praticare la modalità esistenziale dell’essere” e indica “delle vie per sviluppare le proprie potenzialità e per apprendere ‘un’arte del vivere’ fondata su un’autentica esperienza di sé”.

Questa la premessa al libro, queste le parole che mi convinsero a comprarlo.

Il concetto che mi colpì di più in entrambe le opere fu la differenza sostanziale tra l’uso del verbo avere e quello del verso essere nella nostra quotidianità. Fromm diceva: perché quando parliamo delle persone che fanno parte della nostra vita usiamo prevalentemente il verso avere e non quello essere? Perché diciamo: “ho un marito, ho dei figli, ho degli amici” e non piuttosto “sono sposata, sono madre di due bambini, sono amica di…”?
E ancora:

«Affermare: ‘ho molto amore per te’ è privo di significato. L’amore non è una cosa che si può avere, bensì un processo, un’attività interiore di cui si è il soggetto. Posso amare, posso essere innamorato, ma in amore non ho un bel nulla. In effetti meno ho e più sono in grado di amare. »

Personalmente ho amato Avere o essere? e non ho potuto fare altro che provare lo stesso sentimento per Da avere a essere.

Prossimo articolo: Da avere a essere: parlare
Articoli precedenti:
- Erich Fromm: una vita, un’arte
- Erich Fromm: una biografia
- L’arte di amare: amare è un’arte (I parte e II parte)
- L’arte di amare: la solitudine
- L’arte di amare: creare
- L’arte di amare: amore nel lavoro
- Fuga dalla libertà
- Fuga dalla libertà: comunicare
- Fuga dalla libertà: meccanismi di fuga
- Fuga dalla libertà: evitare la distruttività

Bibliografia:
Le citazioni sono tratte da Da avere a essere, Erich Fromm, Oscar Mondadori (2003)

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 23, 2008

Pasqua

Buona Pasqua!

 

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Credits: Creation Maya

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 22, 2008

I love bike

Quando l’amore per le biciclette supera quello per le macchine (come nel mio caso ;) )…

Via Theadmad.com

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 22, 2008

Tre lezioni

Tre lezioni dall’India

1. La comodità è uno stato mentale, non fisico.

2. Gli occidentali si sono dimenticati come si sorride.

3. Ci vuole più coraggio a non uccidere uno scorpione che a ucciderlo.

———
Via Internazionale | Scritto da Peter O. Jones
Credits: photo by Shubnum -Title: In search of identity

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 21, 2008

E. Fromm - XI

Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte

Fuga dalla libertà: evitare la distruttività

»» Alla fine di tutto dove ci porta la paura della libertà? Fromm risponde a questa domanda senza mezzi termini:

«La distruttività è il risultato della vita non vissuta.»

La distruttività è la risposta umana alla paura di essere veramente liberi.

«Julien Green: “Sapevo che contavamo poco di fronte all’universo, sapevo che non eravamo nulla; ma l’essere così incommensurabilmente nulla sembra in qualche modo schiacciante e al tempo stesso rassicurante. Quelle figure, quelle dimensioni oltre la portata del pensiero umano, sono totalmente soverchianti. Esiste qualcosa a cui possiamo aggrapparci? In mezzo al caos di illusioni, in cui veniamo gettati a capofitto, una cosa sola si profila come vera, ed è l’amore. Tutto il resto è nulla, un vuoto. Scrutiamo in un immenso e nero abisso. E abbiamo paura.”»

«…tale sentimento di isolamento e impotenza, qual è stato espresso da questi scrittori, e qual è avvertito da molti cosiddetti nevrotici, non è qualcosa di cui la persona media normale sia consapevole. È troppo spaventoso: viene coperto dalla routine quotidiana delle sue attività, dall’incoraggiamento e dall’approvazione che trova nei suoi rapporti personali o sociali, dal successo economico, da innumerevoli distrazioni, dal ‘divertisi’, dal ‘fare conoscenze’, dall’ ‘andare in giro’, Ma il fischiare nel buio non porta luce.»

Da che cosa ci deriva questo sentimento di isolamento e di impotenza? Da noi stessi? Dagli altri?
È troppo spaventoso, afferma Fromm, e io mi chiedo: ma lo è davvero? Ossia, questo sentimento è qualcosa che esiste per davvero o ce lo siamo creati noi? E poi, come è successo per tante altre cose, ha finito per vivere di vita propria alimentato dalle nostre paure?
Esiste qualcosa a cui possiamo aggrapparci?, si chiedeva Julien Green fornendo un’unica risposta: l’amore. Fromm ha dato la stessa risposta. Là fuori proprio in quel mondo che sentiamo tanto ostile ci sono molte persone che rispondono allo stesso modo: amore.
Pensiamo ad un altro paradosso: pensiamo che l’amore possa essere davvero la risposta a molti dei nostri problemi. Che cosa sappiamo sull’amore? Sappiamo davvero amare? Forse releghiamo questo concetto in un angolo perché in verità abbiamo paura di ammettere che siamo totalmente ignoranti sull’argomento. E così è meglio interrogarsi sulla religione, sulla politica, sulle guerre, sui diritti e i doveri. Su chi deve avere e chi deve perdere, su tutto e sulla celebrazione del nulla.
Ammetto di aver pensato per lungo tempo che parlare di amore e pace sulla terra fosse una mera utopia. Beh, mi sbagliavo. Non è un’utopia, è semplicemente qualcosa che relegheremo sempre in un angolo, chiuderemo gli occhi e faremo finta che non esista.
Forse il mondo ha bisogno di molti idealisti, non perché costoro cambieranno il mondo, ma perché ogni volta che riapriremo gli occhi ne avremo uno che ci starà guardando interrogativo come a chiederci: ma perché accetti qualcosa che non senti vero? E, forse, anche se i nostri occhi saranno ciechi, i suoi, perlomeno, ci permetteranno di non dimenticare.

Prossimo articolo: Da avere a essere
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- Erich Fromm: una vita, un’arte
- Erich Fromm: una biografia
- L’arte di amare: amare è un’arte (I parte e II parte)
- L’arte di amare: la solitudine
- L’arte di amare: creare
- L’arte di amare: amore nel lavoro
- Fuga dalla libertà
- Fuga dalla libertà: comunicare
- Fuga dalla libertà: meccanismi di fuga

Bibliografia:
Le citazioni sono tratte da Fuga dalla libertà, Erich Fromm, Oscar Mondadori (2003)

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 21, 2008

E. Fromm - X

Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte

Fuga dalla libertà: meccanismi di fuga

»» Se qualcosa ci fa paura è naturale provare il desiderio di fuggire, lasciarsi il ‘mostro’ alle spalle e far finta che non ci saranno conseguenze.

Molti trovano assurdo il solo pensiero che un essere umano possa tentare di fuggire dalla libertà, io stessa non ho fatto altro che ricercarla da quando sono nata, ma chissà, oggi mi chiedo se molto spesso la nostra ‘ricerca di libertà’ non sia semplicemente un altro fuggire: un correre da una paura ad un’altra, illudendoci di seminare i nostri fantasmi in quella che, per forza di cose, non diventa altro che una corsa tra fantasmi.

«Il primo meccanismo di fuga dalla libertà che tratterò è la tendenza a rinunciare all’indipendenza del proprio essere individuale, e a fondersi con qualcuno o qualcosa al di fuori di se stessi per acquistare la forza che manca al proprio essere.»

«Altri meccanismi di fuga sono il ritiro dal mondo spinto a un punto tale da far perdere a quest’ultimo il suo carattere minaccioso; e il gonfiamento psicologico di se stessi, portato a un punto tale da far diventare piccolo al confronto il mondo esterno.»
Ogni qualvolta ci sentiamo minacciati sviluppiamo reazioni principalmente basate sull’egoismo e sul desiderio di sentirci ‘potenti’.

«… la brama di potere non si fonda sulla forza, ma sulla debolezza. È l’espressione dell’incapacità dell’io individuale di reggersi da solo, e di vivere. È il disperato tentativo di acquistare una forza secondaria là dove manca la forza genuina.»

Ma in fondo la verità è che siamo tutti sudditi di un’autorità anonima:

«[L'autorità anonima] ha assunto le sembianze del senso comune, della scienza, della sanità psichica, della normalità, dell’opinione pubblica. Non pretende nulla, se non ciò che è di per sé evidente.»

«L’autorità anonima è più efficace dell’autorità palese, perché non si sospetta mai che ci sia un ordine che si è tenuti ad osservare.»

Prossimo articolo: Fuga dalla libertà: evitare la distruttività
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- Erich Fromm: una vita, un’arte
- Erich Fromm: una biografia
- L’arte di amare: amare è un’arte (I parte e II parte)
- L’arte di amare: la solitudine
- L’arte di amare: creare
- L’arte di amare: amore nel lavoro
- Fuga dalla libertà
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Le citazioni sono tratte da Fuga dalla libertà, Erich Fromm, Oscar Mondadori (2003)

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 21, 2008

E. Fromm - IX

Dal progetto: Erich Fromm: una vita, un’arte

Fuga dalla libertà: comunicare

»» Gli esseri umani soffrono per innumerevoli motivi, uno dei principali è la solitudine, una solitudine sia fisica sia morale.

«Possiamo chiamare solitudine morale quella mancanza di rapporto con valori, simboli, modelli; e affermare che la solitudine morale è intollerabile quanto la solitudine fisica, o piuttosto che la solitudine fisica diventa intollerabile solo se implica anche la solitudine morale.»

Per quanto possiamo essere persone solitarie, votate all’isolamento, non riusciremmo a vivere bene privi di un qualsiasi legame con l’ambiente e le persone che ci circondano. È nella natura umana cercare una connessione, un modo per comunicare. E quando non riusciamo a comunicare con gli altri esseri umani, allora proviamo a farlo con gli animali, con la natura, a volte con noi stessi, ma ci è comunque indispensabile poter comunicare.

«… la struttura della società moderna influisce sull’uomo contemporaneamente in due modi: egli diventa più indipendente, autosufficiente e critico, e al tempo stesso diventa più isolato, solo e impaurito.»

«Il significato della vita è diventato incerto, se i proprio rapporti con gli altri e con se stessi non offrono sicurezza, allora la fama è un mezzo per far tacere i propri dubbi.»

Cerchiamo in tutti i modi di sfuggire al nostro isolamento e all’incertezza, ne siamo spaventati e possiamo temere di ritrovarci in balia degli eventi.
Ma così finiamo solo col diventare sempre più egoisti:

«L’egoismo è una forma di avidità […], affonda le sue radici nella mancanza di simpatia per se stessi.»

E sentiamo come estranei a noi, aspetti della società che noi stessi abbiamo contribuito a creare:

«L’uomo, pur avendo raggiunto un grado notevole di dominio della natura, non controlla le forze della società che ha creato.»

«Le crisi economiche, la disoccupazione, la guerra governano il destino dell’uomo. L’uomo ha costruito il suo mondo […] ma si è estraniato dal prodotto delle sue mani, non è più davvero il padrone del mondo che ha costruito.»

Tutto diventa mercato e merce da piazzare sul mercato, anche la nostra pelle:

«L’uomo non vende soltanto merce, vende anche se stesso e si sente una merce.»

«Se le qualità che uno ha non servono, egli non ne possiede alcuna; proprio come una merce invendibile non ha valore, pur potendo aver una sua utilità.
Così, la fiducia in se stessi, il ’sentimento dell’io’, sono soltanto indicazioni di ciò che gli altri pensano della persona. Questa non si convince del proprio valore indipendentemente dalla popolarità o dal suo successo sul mercato.
Se è ricercata, è qualcuno; se non è popolare, non è nessuno. Questo dipendere della stima di sé dal successo della ‘personalità’ è la ragione principale per cui la popolarità ha per l’uomo moderno una così grande importanza.»

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- L’arte di amare: amore nel lavoro
- Fuga dalla libertà

Bibliografia:
Le citazioni sono tratte da Fuga dalla libertà, Erich Fromm, Oscar Mondadori (2003)

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Posted by: shiningardenracconta | Marzo 19, 2008

Big Kahuna

Accetta il consiglio, per questa volta

Non perdere tempo con l’invidia.
A volte sei in testa. A volte resti indietro.
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.

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