Addio… o arrivederci!

Prima di prendere questa decisione, ho riflettuto sui suoi pro e contro e alla fine ho capito che era inevitabile: devo dire addio a questo blog.
Non so ancora se solo per un periodo o per sempre, ma troppo poco è il tempo che posso dedicarvi adesso. Ho deciso di concentrare l’attenzione su altri impegni e necessariamente qualcosa doveva essere sacrificato. Ringrazio tutti i visitatori che hanno seguito Gli ultimi idealrealisti in questo anno e mezzo di vita e anche se non aggiornerò più continuerò a leggere i commenti nel caso qualcuno volesse scrivermi.

Vi voglio salutare con un pensiero preso in prestito da una canzone dei Placebo:

A heart that hurts,
Is a heart that works.
No-one can take it away from me,
No-one can tear it apart.
It may be elaborate fantasy,
But it’s the perfect place to start.

‘Cause a heart that hurts,
Is a heart that works.
Bright lights, Placebo [lyrics | ascolta]

It may be elaborate fantasy, but it’s the perfect place to start… questo è stato il punto di partenza de Gli ultimi idealrealisti e spero possa essere una fonte d’ispirazione per chiunque scopra di far parte del gruppo. Buon viaggio!

Pensieri 20/07 – Distruzione

Mi sono spesso chiesta perché alcune persone amino distruggere invece di costruire. Quando ne incontro una me la immagino come la regina in Alice nel paese delle meraviglie: incattivita e irrazionale urla isterica “Tagliatele la testa!”

Tante teste sono cadute e cadranno per mano di queste persone che si annidano un po’ dovunque: in famiglia, tra i conoscenti, al lavoro. È impossibile non notarli, soprattutto quando diventi il loro bersaglio e l’incarnazione di ciò che più desiderano distruggere.

Per caso mi è capitato tra le mani il seguente brano di Erich Fromm tratto dal libro Anatomia della distruttività umana. Certe volte per trovare delle risposte basta aprire un libro a caso:

Il carattere necrofilo si manifesta anche nella convinzione che la forza e la violenza siano l’unica soluzione di un problema o di un conflitto. […] quel che caratterizza il necrofilo è che per lui, la forza – o, come si espresse Simone Weil, il potere di trasformare un uomo in cadavere – è la prima e ultima soluzione a tutto.
Fondamentalmente, la risposta di queste persone al problema di vivere è la distruzione, e mai lo sforzo di capire, la costruzione, o l’esempio.

Mi piace l’espressione “il potere di trasformare un uomo in cadavere”, trovo che descriva perfettamente lo sguardo che si fissa sul volto di una persona che subisce le azioni distruttive di un altro individuo.

Lo sguardo vaga, cerca un punto di riferimento che è stato spazzato via e se è fortunato presto si riscuoterà dal torpore e si domanderà: che ci faccio ancora qui?

 

Regina di cuori - Alice nel paese delle meraviglie

 

Riferimenti:
Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, Ed. Oscar Mondadori, 2004. Traduzione Silvia Stefani

Solitudine vs socialità

Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare lo stato di chi sta o vive solo, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.

Loneliness ha una connotazione negativa e indica un senso di isolamento. Si prova quando sentiamo che qualcosa – o qualcuno – manca nella nostra vita. Lo possiamo provare anche quando siamo in compagnia di altre persone, infatti non richiede una reale solitudine fisica.

Solitude, al contrario, indica lo stare da soli senza sentirsi soli. Ha un significato positivo e costruttivo che denota un impegno con se stessi. La solitudine è desiderabile ed è uno stato in cui ci si sente bene, in buona compagnia con se stessi.

Purtroppo in italiano questa sfumatura si perde e spesso il termine solitudine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa.
Alcuni pensano che nessuno potrebbe coscientemente sceglierla: essere soli si trasforma quindi in una maledizione, una condizione da poveri sfigati.
Al liceo sono soli quelli che non fanno parte dei gruppi “in”, i cosiddetti nerd (anche qui la lingua inglese è più eloquente) che spesso sono le vittime preferite del bullismo o, nella migliore delle ipotesi, dell’indifferenza altrui.
Nell’età adulta, invece, la solitudine viene spesso associata agli anziani rimasti senza famiglia o “abbandonati” dai figli.

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Fuggire, lottare o nascondersi?

Con questo post concludo l’analisi del libro Comment apprivoiser son crocodile di Catherine Aimelet-Périssol parlando di due reazioni opposte: la lotta e il ripiegamento su se stessi.
Se, come ho discusso nel precedente post, alcuni di fronte alla paura reagiscono fuggendo, altri posso optare al contrario per la lotta o per una sorta di invisibilità temporanea.

La lotta come reazione alla paura

Scegliere di lottare significa ribellarsi alla propria mancanza d’identità.
Spesso capita di non riconoscersi come individui, e di non essere riconosciuti come tali dagli altri, questo genera un’aggressività latente, un senso di frustrazione a cui reagiamo digrignando i denti e preparandoci ad attaccare il nostro avversario.

Conoscete qualcuno che nelle situazioni di stress reagisce con rabbia, è sempre in movimento e ha opinioni ferme e inamovibili? Bene, potreste trovarvi di fronte ai sintomi di una reazione difensiva basata sulla lotta. Chi vi sta di fronte, o chissà forse proprio voi stessi, si sente minacciato e sta semplicemente proteggendo la sua identità. O così pensa.

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Sicurezza: un bisogno esistenziale

I bisogni esistenziali sono all’origine delle nostra motivazione: se non vengono soddisfatti per inerzia o incapacità generano frustrazione e una sensazione di mancanza.

Bere, mangiare, dormire, riprodursi… i nostri bisogni non si fermano qui, altri 3 sono altrettanto importanti per assicurarci il benessere:

  • il bisogno di sicurezza
  • il bisogno di identità
  • il bisogno della realtà d’essere

Come scrive Aimelet-Périssol, l’essere umano è mosso dalla sua aspirazione a sentirsi “integro”. La sicurezza, l’identità e la realtà d’essere sono le tre forme d’espressione di questo bisogno primordiale.

Il bisogno di sicurezza

Essere al sicuro significa “essere protetto dai pericoli”, il bisogno di sicurezza indica quindi la necessità di proteggersi e di creare o anche inventare il modo per favorire sempre la protezione di se stessi.

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Un coccodrillo per amico

Come addomesticare il proprio coccodrillo è il titolo di un libro che ho comprato la scorsa estate in Francia (titolo originale: Comment apprivoiser son crocodile). Un manuale di zoologia? Un volume su come diventare un perfetto trafficante di animali esotici? Difficile dire quale dei due argomenti mi interessi di meno e scontato dichiarare, invece, il mio intramontabile interesse per la psicologia.

Comment apprivoiser son crocodile di Catherine Aimelet-Périssol, infatti, è un libro sulla psicologia delle emozioni applicata al quotidiano.
Molti leggono i cosiddetti libri di “auto-aiuto” pensando che, giunti all’ultima pagina, si ritroveranno tra le mani una vita nuova di zecca, senza macchie e sgualciture. Altri rifuggono da qualsiasi argomento associ la parola emozioni alla parola vita considerandolo frivolo e adatto a chi ha tempo da perdere.

È davvero così? O tutto o niente?

Sono le circostanze, gli imprevisti, i problemi, gli altri a renderci ansiosi, arrabbiati, frustrati, angosciati? Ci dividiamo in categorie: gli “adattati” e i “disadattati”, i “normali” e i “problematici”?
Basta qualche pillola, le parole di un bravo psicoterapeuta e vivremmo tutti in una società più sana e sicura? O sono tutte cavolate?

Tutto o niente?

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